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«Che c’entrano gli altri con la mia scelta

se la vocazione è una cosa personale?» (Michele)

di Amedeo Cencini, psicologo

 

Caro Michele, non ti offendere, ma devo dirti che la tua domanda mi ha un po’ sorpreso e deluso, soprattutto perché viene da un giovane, e da un giovane che mi sembra stia riflettendo seriamente sulla sua vita e sulla sua vocazione. Per dirtela subito con chiarezza, senza tanto girarci intorno, mi pare che nella tua espressione emergano un paio di caratteristiche circa l’idea di vocazione che forse non sono espressione solo del tuo modo di pensare, ma d’una certa mentalità corrente, e che dunque val forse la pena affrontare e chiarire. La prima rimanda a un’interpretazione un po’ vecchiotta, egoistica e antirelazionale, oggi superata da un approccio anche solo psicologico all’idea di vocazione. La seconda caratteristica, evidente nella tua domanda, svela invece una radice sottilmente pagana dell’idea della chiamata, che rischia di vanificarne l’interpretazione tipicamente cristiana. Insomma, se gli altri non “c’entrano” con la tua vocazione, quella non è vocazione, tanto meno è vocazione cristiana. Scusa la franchezza, ma siccome si tratta di cosa importante vorrei proprio esser chiaro, a vantaggio tuo e dei lettori.
E allora riprendiamo quei due punti.

Anzitutto, ci può aiutare il concetto stesso di vocazione che, come noto, vuol dire “esser chiamato”. E siccome nessuno sano di mente può …autochiamarsi, chiamarsi da solo o chiamarsi addosso, è ovvio che nell’evento vocazionale entri subito, fin dall’inizio un tu, un altro che, per l’appunto, mi chiama. C’è vocazione solo se c’è un altro, c’è un chiamato a condizione che vi sia un chiamante. La vocazione è essenzialmente relazionale. Il narcisista, in dialogo solo con se stesso, è come un non-chiamato, ed è anche disperato, perché se nessuno mi chiama vuol dire che non conto niente per nessuno.
Attento, Michele, perché oggi c’è in giro una cultura che ci sta infettando tutti quanti, peggio d’un virus velenoso o d’un hacker che s’intrufola nel nostro mondo interiore e ci crea un sacco di guai, perché ci chiude all’altro, provocandoci a metter il nostro io al centro di tutto, e facendoci dimenticare la parola più importante che esiste al mondo: “tu”. Effetto devastante di questa contaminazione psicologico-spirituale è l’interpretazione della vocazione come un “sentirsi portati” (secondo il proprio soggettivo istinto), più che un “sentirsi chiamati” (da un altro). Per cui ognuno si sentirebbe in diritto di scegliere quel che più gli aggrada, quel che gli riesce meglio, quel che gli promette una più sicura e tranquilla autorealizzazione…, guardandosi bene dal lasciarsi chiamare a fare qualcosa di difficile e costoso, o di grande e però rischioso perché un po’ oltre le proprie capacità.
Solo che nel primo caso (la vocazione come “sentirsi portati”) uno resta sostanzialmente quel che è, semplicemente si ripete più o meno stancamente, e vive la vocazione (e il suo futuro) come una fotocopia di sé. Mentre nel secondo caso (vocazione come “sentirsi chiamati”) la vocazione stessa è rivelazione progressiva di un io inedito e originale, non semplicemente autoprogrammato dal soggetto, e se quest’altro che chiama è Dio (l’Altro per eccellenza), è come un trampolino di lancio che proietta verso il massimo della realizzazione di sé, poiché nessuno potrebbe mai chiederti quel che solo Dio ti domanda (e prima ancora ti dona). In tal senso, e solo se interpretata così, la vocazione è l’impossibile reso possibile da Dio.
 

segue su "Se vuoi" n. 1/2007

   

 

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