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GIOVANI e Anno Sacerdotale!

«Che significato ha per i giovani l’Anno sacerdotale?»  

 

risponde  ANTONIO NAPOLIONI
rettore del Seminario Maggiore regionale di Ancona

Il 4 agosto 1859, nel villaggio di Ars, in Francia, moriva un sacerdote: Giovanni Maria Vianney. 150 anni dopo, papa Benedetto XVI ha invitato la Chiesa a riscoprire “il patrono dei parroci” con un anno di riflessione e preghiera.
È una delle tante iniziative che sembrano aver poco a che vedere con la vita della gente, specie di voi giovani? Forse, se ci si fermasse alla superficie delle cose, alla vita spettacolarizzata dai mass-media, agli slogans. Se invece andiamo tra i ragazzi di quartieri e paesi, quante storie di preti (in jeans come in tonaca) e di comunità (piccole e grandi) vediamo intrecciarsi ancora, tra momenti di slancio e situazioni di difficoltà.

Lo scorso anno, un noto psichiatra come Vittorino Andreoli – che si dichiara non credente – ha scritto oltre 50 articoli sui “preti”, e lo ha fatto con grande rispetto e saggezza, ritenendo che la loro identità, felicità e fecondità sia un bene per tutti, nella comunità sociale oltre che nella Chiesa. Lo sanno bene il ragazzino del catechismo come l’anziano solo, la coppia di fidanzati e il malato terminale, il giovane in crisi e la ragazza madre…
Eppure, non c’è niente di scontato, di automatico, come si intuisce dal tema scelto dal Papa per questo anno: “fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”. In un tempo di passioni deboli e tristi, di scelte precarie e di storie anche sconcertanti, la fedeltà potrebbe sembrare un valore superato o un impegno impossibile. Soprattutto i giovani sanno, per esperienza, quanto è cocente la delusione di un tradimento, quanto profonda la ferita di un’infedeltà, e come si spegne la fiducia nella vita quando vincono lo scoraggiamento, la rassegnazione, il cinismo.
Ma non è così! Non sempre e non tutto crolla al primo soffio di vento: non crolla quando le scelte umane e il tener fede ad esse sono radicati su Dio, sul dono gratuito del suo amore, sull’esperienza della misericordia che guarisce e rialza.
Questo ci si aspetta da un sacerdote: che sia segno vivente, fragile eppure necessario, della tenerezza di Dio, che non si stanca degli uomini, che li guarda e li giudica solo per salvarli e nutrirli, “perché abbiano la vita, in abbondanza”.
Un Anno sacerdotale, dunque, per dire la dignità stupenda che il cristiano riceve col battesimo: ognuno di noi è sacerdote, re e profeta in Cristo. Cioè capace di dialogo con Dio, di lode e offerta di sé nelle diverse esperienze della vita, testimone di carità e di servizio, le vere leve del cambiamento del mondo, che urge far diventare “civiltà dell’amore”.
Un tempo per dire grazie al Padre, che dona sempre “pastori secondo il suo cuore”, davanti alle folle anche oggi stanche e sfinite. C’è un raccolto che non può andare sprecato: immense potenzialità di bene, soprattutto nelle giovani generazioni, che invocano padri, fratelli maggiori, guide credibili e sicure per il loro cammino.
 

 

Qualche pista aperta dalla figura del santo curato di Ars, come la presenta il Papa nella lettera con cui ha indetto l’Anno sacerdotale, per coglierne l’attualità e la profezia.

DONO DI DIO

«Il Sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù. Oh, come il prete è grande!... Se egli si comprendesse, morirebbe...», diceva il santo curato d’Ars.
La prima testimonianza del sacerdote è il suo stesso stupore, la gratitudine, quasi la commozione per ciò che accade attraverso la sua parola e le sue mani, nonostante limiti e debolezze che il sacramento non cancella.
“Dono e mistero”, diceva papa Giovanni Paolo II, “dono e compito”, ripete papa Benedetto. Infatti, la Bibbia, la Chiesa, i sacramenti, il sacerdote… sono tutte idee di Dio, che così continua la sua incarnazione tra noi.
Il complimento più bello per un sacerdote, non è “Che bella predica!”, ma “Si vede che ci crede”… Si vede da ciò che fa, e da come lo fa: con la delicatezza e la libertà di chi ha detto sì ad un dono speciale, quello del celibato per il Regno.
 


PER LA GENTE
Il vescovo disse al giovane curato: “Non c’è molto amor di Dio in quella parrocchia; voi ce ne metterete”. Ieri un villaggio di 230 abitanti, oggi un mondo sempre più piccolo e fragile, per tutti. Ma la questione è sempre la stessa: è questione di amor di Dio! Qualcuno ce lo deve mettere: questa la responsabilità di chi tanto ha ricevuto. Questo è uno splendido tempo per essere sacerdoti: non ci è chiesto di spenderci nelle supplenze sociali del passato, ma di essere lì dove lo spirito umano ha smarrito la via della vita e della verità, dove c’è un sofferto desiderio di imparare di nuovo l’alfabeto dell’amore e della speranza. Con un unico scopo: che ogni persona sia se stessa, libera e felice, in questa vita e per l’eternità, grazie alla fede in Gesù, che trasforma anche la notte del dolore, ogni prova e ogni deserto.


UOMO DI PREGHIERA
«Non c’è bisogno di parlar molto per ben pregare… Venite alla comunione, fratelli miei, venite da Gesù. Venite a vivere di Lui per poter vivere con Lui».
Lo aveva imparato da un vecchio e umile parrocchiano: “Lui mi guarda e io lo guardo”. Gli occhi che si accorgono della presenza di Dio non sono più gli stessi. Occhi riconciliati e luminosi, capaci di lacrime di compassione e di gioia pura, occhi che sanno guardare dentro senza possedere, che si chiudono custodendo nella pace e nella preghiera tante storie e tanti volti.
Il sacerdote è figlio della preghiera del popolo, e diviene guida della preghiera del popolo, perché ogni suo membro scopra, ami, viva della preghiera: il dialogo del figlio col Padre, grazie a Gesù. Come il curato d’Ars: il giorno per servire, la notte per pregare, a tempo pieno, tutto preso dai due volti dell’amore, a Dio e al prossimo.
 


VOLTO DELLA MISERICORDIA
«La grazia che egli otteneva per la conversione dei peccatori era così forte che essa andava a cercarli senza lasciar loro un momento di tregua!».
Questo è il vero volto di Dio, che non finiamo mai di scoprire, gettando via le maschere deformanti che, senza volerlo, abbiamo costruito o subìto, su di Lui e anche su di noi.
San Giovanni Maria era sempre in compagnia di Gesù misericordioso e della vita, delle lacrime, delle speranze di tanti fratelli. Altro che solitudine del prete!
Desideriamo sacerdoti che abbiano gli stessi indiscutibili gusti di Dio, visibili nelle scelte concrete, con cui il Buon Pastore è in incessante ricerca di ogni pecorella smarrita e ferita. Per tutti loro, chiediamo ciò che san Francesco augurava ad ogni ministro del suo Ordine: “che non ci sia alcun fratello al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede".
   

 leggi l'articolo sulla rivista SE VUOI n. 1/2010

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