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Riportiamo uno stralcio del
secondo articolo di don Luigi Vari sull'esperienza di fede di
SAN PAOLO, la cui vita approfondiremo in questo anno in
cui ricorre il bimillenario della sua nascita.
di Luigi Vari, biblista
Fra
i tanti modi per parlare di Paolo o su Paolo ce n’è uno che è
certamente più intrigante degli altri ed è quello di far parlare
lui stesso, cosa che del resto fa in tante occasioni,
soprattutto quando deve usare argomenti convincenti per
difendere se stesso e la sua predicazione.
Una domanda che
certamente sentiamo di potergli fare è quella che riguarda il
suo modo di vivere e di credere prima di diventare cristiano...
Se il prima di Paolo fosse quello di una persona senza fede,
senza religione, sarebbe certo interessante, ma potrebbe
interessare poco quelli che un po’ di fede ce l’hanno. Se il
prima del vangelo di Paolo fosse la storia di una persona
negativa e senza speranze, tutto sommato, si ricadrebbe in uno
schema al quale siamo abituati e che ci interessa poco.
Capita spesso che quando si vuole discutere di cose della vita
con un ragazzo la risposta sia di quelle che azzittiscono e
suona: io sto benissimo così, sono un ragazzo, mi voglio
divertire. E certo a nessuno va di mettere in discussione
uno stato di beatitudine come quello descritto. Spesso gli
adulti si arrendono davanti a queste risposte, hanno paura di
fare la figura dei guastafeste e non osano fare più nessuna
domanda.
Non si è troppo lontani
dal possibile se si pensa che anche Paolo avrebbe risposto
dicendo che non ne sentiva nessun bisogno a chi gli avesse
parlato di Gesù di Nazareth.
Paolo - che ci immaginiamo all’inizio della sua storia come
abbastanza giovane, anche se non un ragazzo -, è proprio come un
ragazzo vorrebbe essere:
ha
potere, infatti in questa
lettera ai Galati parla della sua attività di persecutore e
devastatore della Chiesa;
ha
successo, infatti il libro
degli Atti degli Apostoli all’inizio del capitolo 8 lo presenta
mentre assiste alla lapidazione di Stefano, ma prima in 7,58
racconta che i testimoni deponevano i loro mantelli ai piedi di
un giovane, chiamato Saulo.
È
abbastanza ricco, dal
momento che la sua famiglia che vive a Tarso, fuori dalla povera
Palestina, ha una piccola azienda, una specie di fabbrica di
tende.
È colto,
e questo è dimostrato dalle sue lettere nelle quali dimostra una
cultura polivalente acquisita a Tarso, ed una cultura giudaica
di primo piano che acquista a Gerusalemme dove va a scuola dal
rabbino più famoso del tempo. Non sappiamo se fosse bello, anche
se alcuni pensano di no. Della sua cultura poi fanno fede le sue
lettere e i suoi discorsi. Un altro elemento di riuscita era la
sua condizione di cittadino romano che gli dava dei diritti
particolari, una condizione che gli tornerà utile in molti
momenti della sua vita. Il “prima” di Paolo, che si chiamava
Saulo, è caratterizzato soprattutto, come si legge nella lettera
ai Galati, dal fatto di essere un
accanito difensore delle
tradizioni dei padri,
addirittura, chiarirà scrivendo ad un’altra comunità, un
esponente del gruppo più attaccato alla religione giudaica: i
farisei.
Quindi proprio un muro
difficile da sfondare, il peggior nemico dei cristiani
perché era uno che si prendeva molto sul serio: al punto da non
pensare che il suo Dio, del quale era tanto geloso, forse non
avrebbe voluto la morte del giovane Stefano, al punto di
percorrere le strade della sua regione forte di lettere che lo
autorizzavano a perseguitare i cristiani di Damasco, lettere che
aveva richiesto lui stesso senza pensare che l’accanimento non è
proprio la caratteristica di Dio.
Radicato come era nella fede dei padri avrebbe dovuto sapere
di Dio fedele, di Dio misericordia, di Dio che si commuove per
la sua gente come una madre si commuove per il suo bambino.
Sapeva di Dio che senza preoccuparsi di coinvolgersi troppo si
paragonava ad uno sposo, ad un fidanzato. Come poteva muoversi
con tanto furore e sentirsi dalla parte di Dio?
Accade a Paolo quello
che accade a tanti di noi,
e a volte a gruppi interi di persone,
cioè
di arruolare Dio per una causa e farlo complice delle proprie
insensibilità, dei propri accanimenti o semplicemente dei propri
punti di vista. Dio
diventa una bandiera, una garanzia, un elemento di identità che
funziona come diciamo noi...
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tutto l'articolo su SE VUOI n. 2/2009
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