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Riportiamo uno stralcio del
terzo articolo di don Luigi Vari sull'esperienza di fede di
SAN PAOLO...
di Luigi Vari, biblista
Il
brano che fa da guida per questo altro piccolo passo per
conoscere Paolo è quello tratto dalla lettera ai Galati 1,11-24:
Vi dichiaro dunque,
fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato
sull'uomo; infatti io non l`ho ricevuto né l’ho imparato da
uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. Voi avete
certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo
nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di
Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior
parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com`ero nel
sostenere le tradizioni dei padri.
Ma quando colui che mi
scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua
grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo
annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare
nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano
apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a
Damasco.
In seguito, dopo tre
anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi
presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi
nessun altro, ma solo Giacomo, il fratello del Signore. In
ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non
mentisco. Quindi andai nelle regioni della Siria e della
Cilicia. Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della
Giudea che sono in Cristo; soltanto avevano sentito dire:
"Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la
fede che un tempo voleva distruggere". E glorificavano Dio a
causa mia.
È una piccola
autobiografia
e, dunque, il lettore può immaginarsi in una situazione
di confidenza in cui l'apostolo parla di sé e, attraverso questa
lettura, si ha occasione di ascoltarlo. Paolo racconta della sua
condotta prima di essere cristiano e poi di quello che accade in
lui dopo l'incontro con Gesù. Un cambiamento forte che in queste
righe lui racconta proprio al livello del comportamento.
Infatti, l'uomo che progettava persecuzione e che tutti temevano
è uno che si rivolge agli altri chiamandoli fratelli, uno che
stava nella preghiera delle persone come occasione di
invocazione per esserne liberati ora entra nella preghiera delle
persone come motivo di lode; e tutti raccontavano che quello che
una volta era un persecutore ora annunciava la fede...
Quali sono questi
comportamenti che Paolo dice cambiati?
Innanzitutto, il
fatto di non essere più un persecutore. Si potrebbe
pensare, però, che uno cambia lato dello schieramento e diventa
persecutore di quelli che prima erano i suoi amici...
Smettere di essere persecutore
degli altri, delle loro idee, della loro fede si traduce nello
smettere di avere come unico riferimento se stesso, le proprie
tradizioni, oggi si potrebbe parlare dei pregiudizi, delle
appartenenze, delle sbandierate identità. È facile che chi ha se
stesso al centro del proprio mondo diventi un persecutore. Del
resto, si respira nella nostra cultura un’aria di
autoreferenzialità per cui ogni pensiero non allineato non
merita nemmeno di esistere; soprattutto, fa impressione che
quasi nessuno, pur dichiarando il contrario, sia di-sposto a
mettere in discussione le proprie idee o semplicemente i propri
punti di vista. Il pensiero per il quale “chi non la pensa come
me deve vivere in un altro territorio“ non è così raro!
Un altro modo di
comportarsi che cambia in Paolo si può misurare dal
linguaggio. Si rivolge agli altri che, nel contesto
della lettera ai Galati, non sembravano aver compreso bene le
conseguenze del loro essere cristiani, chiamandoli fratelli...
Paolo, protagonista
dell’evangelizzazione, mostra con il suo linguaggio che un
cristiano impara soprattutto le parole del dono; e che la vita
di cristiano, il Vangelo, la comunità e tutto quanto sono un
dono di Dio. Un cambiamento di prospettiva che i cristiani
devono custodire. È importante sentirsi parte di un’opera di Dio
e non di una struttura, di una multinazionale di cui condividere
più o meno le politiche, perdendo di vista Dio.
Quello del dono è un
linguaggio affascinante perché non si lascia intimidire dalle
difficoltà e, soprattutto, non conosce la solitudine di chi fa
dipendere tutto ed esclusivamente dalle proprie analisi. È un
linguaggio che non dà troppo spazio allo scoraggiamento e alla
delusione.
La prospettiva del dono è
certamente faticosa, ma non conosce la stanchezza e la sfiducia...
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tutto l'articolo su SE VUOI n. 3/2009
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