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Anzitutto
ringrazio Dio per la vocazione monastica:
è il più grande
dono che Lui mi ha fatto dopo quello della vita. Sono entrato in
monastero 19 anni fa, quando avevo 28 anni. Ma la mia storia
vocazionale è iniziata diversi anni prima, con l’ingresso nel
seminario della diocesi di Fano/PU, nella quale, divenuto
sacerdote, ho esercitato per due anni il ministero come vicario
parrocchiale.
Come sono arrivato in un monastero trappista?
Da giovane non
conoscevo nulla dei monaci, tantomeno dei Trappisti. Ma Dio
aveva disposto e preparato ogni cosa. Tutto è partito da
lontano, con tanti piccoli segni e incontri che mi hanno
orientato verso questa consacrazione definitiva in una vita
claustrale, nella solitudine e nel silenzio.
Racconto soltanto un piccolo episodio, che apparentemente potrà
apparire banale, ma che nella mia storia riconosco come un
momento significativo. Nel primo anno di seminario, durante un
ritiro in un eremo, trovai delle caramelle sulla cui carta c’era
scritto “Trappisti-Frattocchie” e mi domandai, con una certa
curiosità, chi fossero costoro. Alcuni miei compagni
commentarono che quelli erano monaci di clausura tra i più
austeri e radicali e che si alzavano nel cuore della notte per
pregare. Qualcosa si accese dentro di me. Decisi di conoscerli
da vicino, frequentandoli con dei soggiorni per condividere la
loro vita. Così ho percepito che solo Dio poteva riempire la mia
vita.
Questo genere di vita
corrispondeva al desiderio più profondo del mio cuore: seguire
Cristo, donando la mia vita nella preghiera e nel nascondimento
insieme a dei fratelli che desiderano vivere il Vangelo.
Mi ha sempre colpito l’espressione di s. Teresa di Lisieux che
scriveva: “Nel cuore della Chiesa, mia madre, sarò l’amore, così
sarò tutto”. Il monaco per me è l’amore che crede, spera, lotta
e adora nel deserto, ai margini del clamore mondano.
Ma il
monaco non è un egoista che pensa alla sua contemplazione. In
questo amare, credere, sperare, lottare e adorare vi è coinvolto
ogni uomo, che diviene così fratello e compagno in questo
viaggio verso il Padre. Sento molto vero nella mia piccola
esperienza il detto di Evagrio: “Separato da tutti per essere
unito a tutti”.
Non bastava
il sacerdozio? Perché cercare altro? Quando s’è sperimentato,
per pura grazia, quanto Dio ci ama, si vuol fare di questa
relazione nuziale con Dio qualcosa di assoluto, esclusivo di
tutta la vita: “La misura dell’amore sta nel non aver misura”
(s. Bernardo).
Come prete, in parrocchia, potevo raggiungere un
buon numero di persone; come monaco, tuffandomi in Dio con
l’offerta della mia vita e con la preghiera incessante
(intercessione, adorazione, lode) posso raggiungere tutti.
Thomas Merton, celebre monaco trappista del XX secolo, scriveva:
«In realtà, il monaco non esiste per preservare alcunché,
nemmeno la religione. La funzione del monaco del nostro tempo è
quella di mantenersi vivo attraverso il contatto con Dio… I
monaci devono essere come gli alberi che esistono
silenziosamente nella notte, con la loro presenza, purificano
l’aria».
In questa società segnata dall’utilitarismo, la domanda che
sempre sentiamo fare è:
A che serve? A cosa mi servi?
Il monaco,
paradossalmente, non serve a niente: è la missione della pura
gratuità; vite sprecate, come Maria ha sprecato un vasetto di
prezioso olio profumato per ungere i piedi di Gesù: “… e tutta
la casa si riempì del profumo dell’unguento” (cf. Gv 12,3).
La
nostra esistenza di monaci è profezia che
dice attraverso una
silenziosa ed eloquente testimonianza: Dio esiste ed è la
felicità e il destino ultimo dell’uomo e del mondo.
p. Loris Maria Tomassini
Per ulteriori informazioni puoi vedere il sito:
www.trappisti.org
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n. 3/2009
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