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risponde
FERNANDA TETTAMANZI
Missionarie di Maria - saveriane
www.saveriane.it
Sarà
Vocazione?
«Partire per la missione mi attira… sarà
vocazione o slancio di solidarietà?» (Giulia)
"Partire
per la missione":
perché partire? per che
cosa? come? quale missione?
Sono domande che nascono quando il desiderio è bello e vero.
Conta molto la decisione di ascoltare con attenzione, di uscire
da te stessa. Ascoltare il Signore che ti parla attraverso la
Scrittura, gli avvenimenti, le persone. È importante
tenere aperta la domanda, disporsi a lasciarsela
modificare e a verificare la direzione del viaggio.
Lo slancio di solidarietà è espressione di un cuore
sensibile, disponibile a recare aiuto a chi soffre. Se, nel
coltivare tale atteggiamento, ti mantieni in ascolto, con umiltà
e desiderio di autenticità, ti accade una sorpresa sconvolgente.
Scopri che è Dio che ti viene incontro, si dona a te, ti
mostra il suo volto in Gesù di Nazaret. Lui ti attende nel
povero. Ti accorgi allora che il tuo voler fare qualcosa per
gli altri va misurato sul Suo essere dono per te, per ciascuno.
L’impulso di solidarietà è traccia della nostalgia di fraternità
che ci abita nel profondo, là dove è custodito il nostro essere
a immagine di Dio Padre. Rinvia a Colui che si è fatto davvero
solidale con l’umanità. Un’umanità che ha bisogno sì di pane,
di beni materiali, ma anche e soprattutto ha bisogno di Dio,
della sua solidarietà di Padre.
Scopri così che missione è, prima di tutto, entrare in un dono
gratuito che ci precede e ci sostiene. La missione nasce
dall’incontro intimo, personale, trasformante con il Signore
Gesù. Prima che un nostro operare, è un contemplare l’opera
amorosa di Dio, ciò che lui ha fatto e fa per te, per l’umanità.
Maria ce lo insegna, nel canto del Magnificat.
Missione è essere segno del Suo amore
...
Se vai portando la solidarietà del Signore, ti accorgi che,
mentre ti chini sulle ferite degli altri, vieni tu stessa
risanata. Tuoi maestri sono i “piccoli” che sanno di
aver bisogno di Dio, mentre i “grandi” credono di arrangiarsi da
soli. «Voglio anch’io conoscere il tuo Dio», si è sentita dire
una mia sorella che, con la sua presenza di cura amorevole,
svelava il volto della misericordia a un uomo sofferente e solo.
Che lo sappia o no, questo mondo complesso e affascinante,
tribolato e desideroso di vita vera, cerca lo sguardo d’amore di
Dio.
E...
come viverla?
«E… se è vocazione, come capire il modo in
cui viverla, da consacrato o da sposato?» (Federico)
Se hai incontrato Gesù e ti lasci
guardare da Lui, senti che Lui riempie di senso e di gioia la
tua vita. Cogli la portata liberante del suo Vangelo, pienezza
di umanità, dono destinato a tutti. Certe parole del Vangelo,
sembrano poi scritte in grassetto per te: Gesù «ne costituì
Dodici – che chiamò apostoli – perché stessero con lui e per
mandarli…» (Mc 3,14-15); «Andate dunque e fate discepoli
tutti i popoli…» (Mt 28,19).
“Andare” come consacrato o come sposato? Ascolta,
prega.
La prospettiva del
matrimonio ti
appare bella e possibile. Il Vangelo, colto come la perla
preziosa, il bene più urgente e necessario per tutti,
ti muove a una dedizione totale alla sua causa.
Ti può accadere che lo sguardo
d’amore del Signore ti rapisca il cuore. Risuonano intensi
dentro di te gli appelli avvertiti nell’ascolto orante di quelle
parole della Scrittura, nell’incontro con quei testimoni della
missione. Non puoi stare tranquillo sapendo che molti attendono
di conoscere a immagine di Chi sono fatti, vedendo quei volti
sfigurati. Tanti sono i vuoti di annuncio e di compassione.
La convinzione sentita di essere amato e scelto dal Signore ti
spinge a una consegna totale a Lui. ... La
consacrazione per
la missione, implicando un partire anche fisico, esige la
disponibilità a lasciare la propria terra, a distaccarsi dalla
propria famiglia d’origine e cultura. Comporta la sfida
dell’incontro con l’altro: altre persone, altra cultura,
altro ambiente. Richiede la capacità di andare incontro
all’altro nell’ascolto, nel rispetto, nella stima, con un sereno
e chiaro senso della propria identità. Mentre offri ciò che sei,
vieni arricchito dal dono che l’altro è per te, con la sua fede
e visione di vita.
Dopo un’opportuna ponderazione decidi allora di mettere in gioco
la tua vita, per farne un dono d’amore, appoggiato al Signore
che ti tiene per mano. La scelta, qualunque essa sia, sarà da
alimentare e rinnovare ogni giorno. Potrai sempre contare sulla
Sua fedeltà e sulla Sua forza.
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risponde
padre PASQUALE CASTRILLI
omi
www.omi.it
Missione, parola
impegnativa
«Se sono cristiano sono missionario, che
significa?»
La
parola ‘missione’ veniva applicata soprattutto a contesti
geografici precisi, all’apostolato della chiesa ‘ad gentes’,
all’impegno verso i territori dove il Vangelo non era ancora
stato annunciato. E anche i suoi derivati venivano usati con
attenzione. Ad esempio la parola ‘missionario’, si utilizzava
unicamente per coloro che, chiamati dal Signore con una speciale
vocazione, donavano la loro vita per i bisogni dei più poveri,
in contesti lontani dalla patria, dall’Italia e dall’Europa.
Le Congregazioni religiose maschili e femminili come i
Verbiti, i Missionari Comboniani, i Missionari Oblati
di Maria Immacolata (OMI), le Francescane Missionarie
di Maria, o il Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME),
ecc. avevano per così dire la gestione esclusiva della parola
missione.
In questi ultimi trent’anni c’è stata una sorta di evoluzione,
sia della realtà che la parola ‘missione’ esprime, sia
naturalmente del suo uso. Le frontiere della missione della
Chiesa si sono indubbiamente allargate. Sempre di più assistiamo
ad un uso più libero e più ampio della parola ‘missione’. Per
cui ad esempio l’aggettivo ‘missionario’ lo troviamo abbinato a
parole come ‘parrocchia’ come ‘catechista’, come ‘percorso’,
come ‘pastorale’ e dunque abbiamo la parrocchia missionaria, il
catechista missionario, la pastorale missionaria…
Se da una parte è
interessante notare che la Chiesa si è appropriata maggiormente
del temine ‘missione’, dobbiamo dirci che c’è un rischio dietro
l’angolo: se tutto diventa missione, se c’è un uso largo di
questo termine, niente è più missione. E se abbiniamo questa
parola dappertutto, perché è una parola bella che evoca
totalitarietà, radicalismo cristiano e impegno, le facciamo
probabilmente perdere il suo significato e il suo valore più
profondo.
È vero che la Chiesa o è missionaria o non è, e un cristiano o è
annunciatore di Cristo o cristiano non è. Dobbiamo però
domandarci quali siano le frontiere e le sfide della missione
della Chiesa oggi, all’inizio del terzo millennio.
la missione della chiesa
oggi
«Chi è il missionario “per vocazione”?»
Credo che ‘missione’ ai giorni
nostri abbia dei significati più ampi rispetto al passato. Penso
che la missione in un contesto come quello odierno delle società
secolarizzate e scristianizzate sia ad esempio molto esigente e
difficile. È fuori di ogni dubbio che oggi la missione della
Chiesa è più ampia rispetto a quanto potesse essere solo
cinquant’anni fa. Si tratta di annunciare Cristo in società
secolarizzate, nelle quali il mito della libertà e del
benessere condizionano le scelte, in società in cui i mezzi di
comunicazione e le tecnologie hanno un ruolo preponderante. Il
mondo è chiaramente cambiato e anche le frontiere missionarie
della Chiesa sono cambiate e si sono ampliate.
gli ingredienti
della missione
« Perché il missionario deve partire? Quali
sono le sfide che deve affrontare oggi?»
Perché
la parola ‘missione’ non sia allora annacquata e non perda il
suo vigore, a mio parere restano necessari alcuni ingredienti.
Innanzitutto, la vocazione missionaria, che è una chiamata
precisa ad uscire dalla propria terra e ad andare, come
nel caso di Abramo, ad essere preti e consacrati per la
missione, lontani dalla propria patria. La vocazione
missionaria è certamente esigente o forse scomoda, ma
certamente non può essere smarrita. Se la Chiesa perdesse questa
vocazione e non indicasse ai giovani anche la possibilità di una
consacrazione per la missione ‘ad gentes’, per il servizio ai
più poveri, essa perderebbe un grande patrimonio di storia ma
anche di attualità, dal momento che, come dicono spesso i
vescovi italiani, la missione ad gentes può essere paradigma,
cioè modello, della missione in Italia. Alla domanda “Ha senso
ancora oggi partire missionari?” non possiamo che dare una
risposta positiva.
Un secondo ingrediente della
missione è, a mio modo di vedere, l’annuncio kerygmatico cioè
l’annuncio della sintesi della fede cristiana: Gesù Cristo,
Signore e Salvatore. Il missionario si impegna a farsi
capire, ad essere chiaro e sintetico nell’esposizione della
fede, ad essere un testimone prima ancora che un uomo che usa le
parole. La Chiesa ha bisogno di annuncio, perché la fede nasce
dall’annuncio e i missionari sono un po’ specialisti in questo
ambito.
Un terzo ingrediente della missione è la capacità di
incontro, di accoglienza reciproca, di dialogo. In
un’epoca un po’ chiusa e autoreferenziale, la missione insegna
ad essere aperti alla ricchezza dell’altro. Ad essere esperti di
umanità e di comunione.
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Dossier sulla MISSIONE
in SE VUOI n. 3/2010
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