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   dal Dossier   PER SCEGLIERE... la Missione      -   in SE VUOI 3/2010         mettiamo a fuoco

  Sarà Vocazione?

  E... come viverla?

  Missione, parola impegnativa

  la missione della chiesa oggi

  gli ingredienti della missione

 

 

 

 

 risponde

FERNANDA TETTAMANZI

Missionarie di Maria - saveriane

www.saveriane.it

 

 

      Sarà Vocazione?     

 

«Partire per la missione mi attira… sarà vocazione o slancio di solidarietà?» (Giulia)

 

"Partire per la missione": perché partire? per che cosa? come? quale missione? Sono domande che nascono quando il desiderio è bello e vero.
Conta molto la decisione di ascoltare con attenzione, di uscire da te stessa. Ascoltare il Signore che ti parla attraverso la Scrittura, gli avvenimenti, le persone. È importante tenere aperta la domanda, disporsi a lasciarsela modificare e a verificare la direzione del viaggio.
Lo slancio di solidarietà è espressione di un cuore sensibile, disponibile a recare aiuto a chi soffre. Se, nel coltivare tale atteggiamento, ti mantieni in ascolto, con umiltà e desiderio di autenticità, ti accade una sorpresa sconvolgente. Scopri che è Dio che ti viene incontro, si dona a te, ti mostra il suo volto in Gesù di Nazaret. Lui ti attende nel povero. Ti accorgi allora che il tuo voler fare qualcosa per gli altri va misurato sul Suo essere dono per te, per ciascuno.
L’impulso di solidarietà è traccia della nostalgia di fraternità che ci abita nel profondo, là dove è custodito il nostro essere a immagine di Dio Padre. Rinvia a Colui che si è fatto davvero solidale con l’umanità. Un’umanità che ha bisogno sì di pane, di beni materiali, ma anche e soprattutto ha bisogno di Dio, della sua solidarietà di Padre.
Scopri così che missione è, prima di tutto, entrare in un dono gratuito che ci precede e ci sostiene. La missione nasce dall’incontro intimo, personale, trasformante con il Signore Gesù. Prima che un nostro operare, è un contemplare l’opera amorosa di Dio, ciò che lui ha fatto e fa per te, per l’umanità. Maria ce lo insegna, nel canto del Magnificat.
  Missione è essere segno del Suo amore  ...
Se vai portando la solidarietà del Signore, ti accorgi che, mentre ti chini sulle ferite degli altri, vieni tu stessa risanata. Tuoi maestri sono i “piccoli” che sanno di aver bisogno di Dio, mentre i “grandi” credono di arrangiarsi da soli. «Voglio anch’io conoscere il tuo Dio», si è sentita dire una mia sorella che, con la sua presenza di cura amorevole, svelava il volto della misericordia a un uomo sofferente e solo.
Che lo sappia o no, questo mondo complesso e affascinante, tribolato e desideroso di vita vera, cerca lo sguardo d’amore di Dio.
 

 

 

 

 

 

      E... come viverla?     

 

«E… se è vocazione, come capire il modo in cui viverla, da consacrato o da sposato?» (Federico)

 

Se hai incontrato Gesù e ti lasci guardare da Lui, senti che Lui riempie di senso e di gioia la tua vita. Cogli la portata liberante del suo Vangelo, pienezza di umanità, dono destinato a tutti. Certe parole del Vangelo, sembrano poi scritte in grassetto per te: Gesù «ne costituì Dodici – che chiamò apostoli – perché stessero con lui e per mandarli…» (Mc 3,14-15); «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli…» (Mt 28,19).
“Andare” come consacrato o come sposato? Ascolta, prega.
La prospettiva del
matrimonio ti appare bella e possibile. Il Vangelo, colto come la perla preziosa, il bene più urgente e necessario per tutti, ti muove a una dedizione totale alla sua causa.

Ti può accadere che lo sguardo d’amore del Signore ti rapisca il cuore. Risuonano intensi dentro di te gli appelli avvertiti nell’ascolto orante di quelle parole della Scrittura, nell’incontro con quei testimoni della missione. Non puoi stare tranquillo sapendo che molti attendono di conoscere a immagine di Chi sono fatti, vedendo quei volti sfigurati. Tanti sono i vuoti di annuncio e di compassione.
La convinzione sentita di essere amato e scelto dal Signore ti spinge a una consegna totale a Lui. ... La
consacrazione per la missione, implicando un partire anche fisico, esige la disponibilità a lasciare la propria terra, a distaccarsi dalla propria famiglia d’origine e cultura. Comporta la sfida dell’incontro con l’altro: altre persone, altra cultura, altro ambiente. Richiede la capacità di andare incontro all’altro nell’ascolto, nel rispetto, nella stima, con un sereno e chiaro senso della propria identità. Mentre offri ciò che sei, vieni arricchito dal dono che l’altro è per te, con la sua fede e visione di vita.
Dopo un’opportuna ponderazione decidi allora di mettere in gioco la tua vita, per farne un dono d’amore, appoggiato al Signore che ti tiene per mano. La scelta, qualunque essa sia, sarà da alimentare e rinnovare ogni giorno. Potrai sempre contare sulla Sua fedeltà e sulla Sua forza.

 

 

 

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risponde

padre PASQUALE CASTRILLI omi

www.omi.it

 

 

      Missione, parola impegnativa     

 

«Se sono cristiano sono missionario, che significa?»

 

La parola ‘missione’ veniva applicata soprattutto a contesti geografici precisi, all’apostolato della chiesa ‘ad gentes’, all’impegno verso i territori dove il Vangelo non era ancora stato annunciato. E anche i suoi derivati venivano usati con attenzione. Ad esempio la parola ‘missionario’, si utilizzava unicamente per coloro che, chiamati dal Signore con una speciale vocazione, donavano la loro vita per i bisogni dei più poveri, in contesti lontani dalla patria, dall’Italia e dall’Europa. Le Congregazioni religiose maschili e femminili come i Verbiti, i Missionari Comboniani, i Missionari Oblati di Maria Immacolata (OMI), le Francescane Missionarie di Maria, o il Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME), ecc. avevano per così dire la gestione esclusiva della parola missione.
In questi ultimi trent’anni c’è stata una sorta di evoluzione, sia della realtà che la parola ‘missione’ esprime, sia naturalmente del suo uso. Le frontiere della missione della Chiesa si sono indubbiamente allargate. Sempre di più assistiamo ad un uso più libero e più ampio della parola ‘missione’. Per cui ad esempio l’aggettivo ‘missionario’ lo troviamo abbinato a parole come ‘parrocchia’ come ‘catechista’, come ‘percorso’, come ‘pastorale’ e dunque abbiamo la parrocchia missionaria, il catechista missionario, la pastorale missionaria…

Se da una parte è interessante notare che la Chiesa si è appropriata maggiormente del temine ‘missione’, dobbiamo dirci che c’è un rischio dietro l’angolo: se tutto diventa missione, se c’è un uso largo di questo termine, niente è più missione. E se abbiniamo questa parola dappertutto, perché è una parola bella che evoca totalitarietà, radicalismo cristiano e impegno, le facciamo probabilmente perdere il suo significato e il suo valore più profondo.
È vero che la Chiesa o è missionaria o non è, e un cristiano o è annunciatore di Cristo o cristiano non è. Dobbiamo però domandarci quali siano le frontiere e le sfide della missione della Chiesa oggi, all’inizio del terzo millennio.

 

 

 

 

 

     la missione della chiesa oggi    

 

«Chi è il missionario “per vocazione”?»

 

Credo che ‘missione’ ai giorni nostri abbia dei significati più ampi rispetto al passato. Penso che la missione in un contesto come quello odierno delle società secolarizzate e scristianizzate sia ad esempio molto esigente e difficile. È fuori di ogni dubbio che oggi la missione della Chiesa è più ampia rispetto a quanto potesse essere solo cinquant’anni fa. Si tratta di annunciare Cristo in società secolarizzate, nelle quali il mito della libertà e del benessere condizionano le scelte, in società in cui i mezzi di comunicazione e le tecnologie hanno un ruolo preponderante. Il mondo è chiaramente cambiato e anche le frontiere missionarie della Chiesa sono cambiate e si sono ampliate.

 

 

 

 

 

      gli ingredienti della missione     

 

« Perché il missionario deve partire? Quali sono le sfide che deve affrontare oggi?»

 

Perché la parola ‘missione’ non sia allora annacquata e non perda il suo vigore, a mio parere restano necessari alcuni ingredienti.
Innanzitutto, la vocazione missionaria, che è una chiamata precisa ad uscire dalla propria terra e ad andare, come nel caso di Abramo, ad essere preti e consacrati per la missione, lontani dalla propria patria. La vocazione missionaria è certamente esigente o forse scomoda, ma certamente non può essere smarrita. Se la Chiesa perdesse questa vocazione e non indicasse ai giovani anche la possibilità di una consacrazione per la missione ‘ad gentes’, per il servizio ai più poveri, essa perderebbe un grande patrimonio di storia ma anche di attualità, dal momento che, come dicono spesso i vescovi italiani, la missione ad gentes può essere paradigma, cioè modello, della missione in Italia. Alla domanda “Ha senso ancora oggi partire missionari?” non possiamo che dare una risposta positiva.
 

Un secondo ingrediente della missione è, a mio modo di vedere, l’annuncio kerygmatico cioè l’annuncio della sintesi della fede cristiana: Gesù Cristo, Signore e Salvatore. Il missionario si impegna a farsi capire, ad essere chiaro e sintetico nell’esposizione della fede, ad essere un testimone prima ancora che un uomo che usa le parole. La Chiesa ha bisogno di annuncio, perché la fede nasce dall’annuncio e i missionari sono un po’ specialisti in questo ambito.


Un terzo ingrediente della missione è la capacità di incontro, di accoglienza reciproca, di dialogo. In un’epoca un po’ chiusa e autoreferenziale, la missione insegna ad essere aperti alla ricchezza dell’altro. Ad essere esperti di umanità e di comunione.
 

 

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