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di ROBERTO BERNASCONI,
diacono
Mi sento sempre un po’ a
disagio quando mi si chiede di testimoniare le scelte che la
vita mi ha messo in condizione di compiere, perché credo che
siano scelte normali, di vita quotidiana. Questo disagio aumenta
quando sono chiamato a raccontare, anzi a testimoniare, la mia
esperienza di diacono, che all’apparenza sembra una condizione
di vita particolare, adatta a uomini forti e coraggiosi, che ti
può dare visibilità, se non altro perché nelle celebrazioni in
cattedrale sei seduto a fianco del vescovo; o perché ti trovi al
servizio di settori importanti della pastorale in diocesi, nel
mio caso della Caritas. Io non sono questo, non credo
assolutamente ad un diacono superuomo, ma al diacono che è
persona normale, e anche non molto coraggiosa o brillante, che
cerca di vivere nella quotidianità, in modo coerente e a
servizio dei fratelli, l’incarico che ha ricevuto dal vescovo,
perché ne possa trarre vantaggio tutta la comunità ecclesiale.
Per me la normalità è stata la molla che ha fatto scattare la
vocazione al diaconato, normalità che non vuol dire sminuirsi o
adeguarsi agli schemi prefissati che guidano il nostro vivere;
normale è la scuola che frequenti per prepararti alla
professione, al lavoro che ti dà sostentamento e che, a sua
volta, ti dà la possibilità di formarti una famiglia; la fede
che hai ricevuto in famiglia e che guida la tua vita senza
particolari scossoni...
È in questi ambiti normali di vita che la mia fede è cresciuta
insieme a me, che si è irrobustita, che a poco a poco si è
incarnata nelle diverse situazioni in cui ho riconosciuto il
volto di Cristo.
Passo dopo passo ho potuto capire che la mia fede non poteva
rimanere astratta, ma per essere vera doveva incarnarsi nella
concretezza della vita; doveva vagliarne le situazioni anche
attraverso un ascolto attento delle tante persone incontrate
lungo il cammino.
Sto pensando al mio impegno di giovane in oratorio che mi ha
fatto scoprire pienamente la dimensione laicale non come
subordinata e priva di iniziativa, ma vissuta come parte
importante e corresponsabile di una comunità.
Sto pensando al mio impegno lavorativo che mi ha dato sì una
professionalità e un’autonomia economica, ma mi ha dato
soprattutto la possibilità di capire che era altrettanto
importante saper spendersi per gli altri attraverso l’ impegno
sociale.
Sto pensando alla mia vita affettiva che mi ha portato a formare
una famiglia: l’amore umano tra me e mia moglie è diventato
fecondo non solo attraverso nostra figlia, ma anche attraverso
la nostra testimonianza di coppia vissuta con semplicità.
La mia vocazione diaconale è nata all’interno di questa
normalità proprio come esigenza di mettere a servizio ordinato
della Chiesa i talenti che ho ricevuto in modo del tutto
gratuito e abbondante e che sentivo il dovere di trafficare per
il bene degli uomini tutti.
In questa linea vivo il mio impegno nella Caritas, arrivato per
me in modo improvviso – come in modo improvviso ti arrivano
tante opportunità della vita – e che io ho accettato non da
incosciente, ma come una grazia ricevuta dal Signore che merita
di essere vissuta pienamente e trasmessa alla comunità perché
diventi patrimonio comune.
Questo mio impegno non si riduce ad una somma di azioni da
compiere e da coordinare, spinto dall’urgenza delle tante,
troppe povertà che ci sono oggi nella nostra società (povertà
materiali, ma soprattutto povertà morali), ma è innanzitutto
volto
a creare un rapporto con le persone, con chi ti avvicina per
chiedere un aiuto materiale, ma che spesso ha bisogno di
attenzione, di ascolto, e ha come mèta il saper trasmettere e
concretizzare queste istanze ricevute nella comunità perché
diventino impegno di tutti.
Il rapporto con le persone che ti avvicinano mosse dai bisogni
più disparati ti umanizza
ti fa ritrovare le priorità, ti aiuta
a capire che fra le povertà che viviamo all’interno delle nostre
comunità una delle più profonde è la povertà dei rapporti: non
siamo più capaci di comunicare tra di noi.
Un’altra povertà è quella della non condivisione, che ci fa
rischiare di vivere la carità come un fatto privato, come una
nostra prerogativa personale, un compito specifico riservato in
particolare a noi diaconi.
La mia esperienza in Caritas mi ha fatto ritrovare la dimensione
comunitaria attraverso l’esperienza della condivisione, del
sapermi affidare non solo alle mie capacità, ma anche, a volte
soprattutto, alla esperienza degli altri; il mio compito allora
è piuttosto quello di trasmettere, di saper comunicare, di far
sì che le azioni concrete di carità vissute in tante situazioni
e da tante persone diventino per la comunità esperienza comune
da mettere a confronto con la parola di Dio perché possa
diventare poi mezzo concreto di evangelizzazione: “Vi
riconosceranno da come vi amerete”.
Roberto
Bernasconi,
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sulla rivista
SE VUOI
n. 3/2011
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