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di
MATTHIAS WIRZ
monaco di Bose
"Quando la comunione tra cristiani è una vita vissuta e non solo
una teoria, questa diffonde una speranza luminosa. E ancora più:
può sostenere l’indispensabile ricerca di una pace nel mondo":
queste parole di frère Roger, fondatore della Comunità di
Taizé (Francia), riassumono in qualche modo l’intera sua
vicenda, in cui la comunione concretamente vissuta e
sperimentata (con Dio, con i fratelli della sua comunità e con
tutti gli uomini) occupa un posto così rilevante.
Per molte persone, il nome di Taizé, suona familiare: da ormai
mezzo secolo, la comunità accoglie in effetti ogni anno decine
di migliaia di persone, soprattutto giovani. A loro, i fratelli
offrono di vivere, attraverso la preghiera, una comunione con un
Dio infinitamente vicino e, nell’incontro con altri, di
sperimentare la Chiesa al di là delle barriere confessionali e
in una dimensione che supera i confini dei continenti.
Roger Schutz era nato nel
1915 in un paesino delle montagne svizzere. Figlio di un pastore
riformato, e a sua volta studente di teologia, sente il
desiderio di una vita di comunità, per condividere la fede con
altri. All’inizio della seconda guerra mondiale, alla ricerca di
un luogo in cui iniziare tale esperienza e vivere allo stesso
tempo al cuore delle tensioni del momento, si insedia nel
villaggio di Taizé (nel sud della Borgogna), a pochi chilometri
dalla linea di demarcazione che separa la Francia libera da
quella occupata dai tedeschi: vive in solitudine, accogliendo
profughi, soprattutto ebrei. Nel 1944 lo raggiungono tre amici,
desiderosi di condividere la sua ricerca, la sua preghiera, il
suo lavoro: nasce così la comunità di Taizé. Frère Roger
ricorderà più tardi: «Nella vocazione
della nostra comunità, ci sono sempre state due aspirazioni:
camminare in una vita interiore attraverso la preghiera, e
assumere delle responsabilità per rendere la terra più
abitabile. L’una non può stare senza l’altra». A
questi due poli della vita spirituale e della solidarietà con
tutti gli uomini, che orientano tuttora la vita di Taizé, si
aggiunge anche la passione ecumenica, il desiderio impellente
del superamento delle divisioni fra cristiani, in vista di una
riconciliazione fra tutti gli uomini.
Attualmente la comunità conta un centinaio di fratelli, di
origine cattolica e da diverse Chiese evangeliche. Per i
numerosissimi giovani che soggiornano a Taizé, la comunità anima
durante tutto l’anno incontri settimanali sulle sorgenti della
fede, e più in generale sulle tematiche spirituali della ricerca
di senso, della preghiera e dell’impegno concreto.
È proprio durante il periodo estivo di massimo afflusso a questi
raduni, il 16 agosto 2005, che è scomparso il fondatore di Taizé,
pugnalato a morte da una donna psicolabile nel corso della
preghiera della sera nella chiesa della comunità. Molti
osservatori hanno letto la sua morte violenta come il segno
concreto di una vita offerta, vulnerabile perché aperta agli
altri senza riserve.
Nei suoi scritti, frère Roger non cercava mai di raggiungere una
sorta di sistematicità, né di imporre norme, ma sempre di
condividere un’esperienza spirituale, in modo breve e spesso
poetico. Perché egli non era un ideologo, ma possedeva un modo
ben preciso di guardare alla realtà: possiamo chiamarla la sua
visione universale.
Il priore di Taizé desiderava sempre capire gli altri, invece di
giudicarli. Un atteggiamento di assoluta benevolenza che risale
ad un’esperienza fatta in giovinezza:
«Mi chiedevo: esiste una via sulla nostra terra, per giungere a
capire tutto dell’altro? Un giorno di cui ricordo la data, in un
luogo che potrei descrivere, colorato dalla luce filtrata d’una
sera di fine estate, mentre le ombre scendevano sulla campagna,
accadde che presi una decisione. Mi dissi: se quella via esiste,
comincia da te stesso e impegnati, proprio tu, a capire tutto di
ogni uomo. Quel giorno ebbi la convinzione che la decisione
presa sarebbe rimasta valida fino alla morte. Si trattava, in
verità, di ritornare, e ritornare ancora per tutta la vita, a
quella decisione: cercare di capire tutti piuttosto che di
essere capito». Frère Roger era convinto che il Dio
della Bibbia, il Dio di Gesù Cristo, non esclude nessuno dal suo
amore; con Gesù una sorgente di vita veramente universale è
entrata nella storia umana. Tale consapevolezza lo spingeva ad
un atteggiamento mai esclusivo, ma di ascolto rivolto a tutte le
persone e ad ogni Chiesa, un atteggiamento “inclusivo” che si
concretizzava a Taizé attraverso l’accoglienza di tutti.
Quando frère Roger definiva la sua comunità, la presentava
sovente come una “parabola di
comunione”: come la comunità non ha il suo fine in se
stessa, ma rinvia sempre a una realtà di comunione più grande,
così la testimonianza di frère Roger non può limitarsi ad un
discorso teorico, ma si esprime in una storia vissuta, aperta a
ben altre realizzazioni. La sua vita di comunione non è dunque
una vicenda compiuta in se stessa, ma molto di più una parabola,
un invito rivolto ai cristiani tutti, a cercare di impegnarsi a
loro volta per aprire varchi alla speranza e alla fiducia e a
creare le condizioni per la riconciliazione tra persone e tra
comunità ecclesiali separate.
Se, di fronte alle sfide del mondo contemporaneo, le divisioni
della Chiesa “appaiono davvero come
tempeste in un bicchier d’acqua”, ogni Chiesa e ogni
cristiano devono sempre essere disposti ad aprirsi agli altri,
in modo da allargare la comunione a tutti gli esseri umani. Ha
scritto frère Roger: «Quando la Chiesa
ascolta, guarisce, riconcilia, diviene ciò che di più luminoso
essa è: il limpido riflesso di un amore».
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SE VUOI n. 4/2011
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