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padre
Pierbattista Pizzaballa, Frate Minore Francescano, di Bergamo,
44 anni, ha studiato all’Università ebraica di Gerusalemme, da 5
anni è il Custode di Terra Santa. Ha accompagnato
Benedetto XVI nel suo recente viaggio di 8 giorni in Terra
Santa; «Standogli vicino, ho capito che aveva un grande bisogno
interiore di fare questo pellegrinaggio - ha detto del Papa in
un’intervista -. Lo ha fatto prima di tutto per sé. Ma è
riuscito a farlo diventare un segno di grande speranza per
tutti».
Abbiamo chiesto
a p. Pizzaballa di parlarci della sua esperienza.
La Terra Santa è terra di credenti:
deve la sua santità all’elezione da parte di Dio, che l’ha
scelta per essere la terra degli uomini. È la terra della nostra
redenzione, perché come cristiani riconosciamo la divinità di
Gesù, ma anche perché è la Terra in cui si è realizzata la
salvezza, la redenzione di ogni uomo, di tutti gli uomini.
Noi francescani siamo presenti in Terra Santa dal tempo
del famoso viaggio che portò san Francesco ad incontrare il
Sultano. Reso libero dalla parola del Vangelo, senza nulla da
difendere o da conquistare, il suo diverso modo di affrontare la
storia del suo tempo, dà significato e valore eterno ai gesti di
“banale” bontà quotidiana capaci di salvare il mondo, in ogni
tempo e in ogni situazione.
Ha lasciato scritto ai suoi frati che “coloro che vanno tra i
Saraceni non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni
creatura umana per amore di Dio e confessino di essere
cristiani”, e obbedendo al suo mandato siamo da 800 anni in
Terra Santa “custodi” delle radici della fede e della Chiesa.
Custodi dei Luoghi
Santi, abbiamo svolto questo compito per la Chiesa, dedicandoci
con premura e studio alle pietre che ricordano il passaggio del
Signore, senza trascurare, anzi, coinvolgendo e animando le
comunità cristiane eredi della fede degli Apostoli, pietre vive
che rendono vivo e attuale quel ricordo.
Qui i cristiani, divisi per confessione e, all’interno di
ognuna di esse, nei vari riti espressione di altrettante e più
varie tradizioni, testimoniano l’unità della fede in Gesù
Cristo, Dio che ha voluto assumere la nostra natura umana,
mettendo radici in questa Terra, piantando qui la sua Chiesa. È
questa unità che ci contraddistingue come “cristiani”, anche se
la stampa sottolinea solo i momenti di tensione: cattolici,
ortodossi, protestanti, greci, copti, armeni, siriaci, tutti
siamo qui a rendere testimonianza della stessa Presenza.
Radicati qui, e con il dovere di rendere sempre più inserita qui
questa nostra presenza, sia come cristiani arabi che come
cristiani di lingua ebraica, il nostro essere qui è segno
dell’universalità di questa Terra. È tener viva,
testimoniare, la chiamata di Gerusalemme ad essere luogo
dell’uomo, Città dove ogni uomo è nato.
Abbracciare questa
vocazione ad essere “uomini per tutti gli uomini” – universali –
è il nostro compito qui e anche la nostra testimonianza da
offrire ad ebrei e musulmani, in mezzo ai quali viviamo.
Oggi, i cristiani, sono in Terra Santa una ben piccola minoranza:
poco più dell’1% della popolazione (circa 170.000): una presenza
ritenuta insignificante nei rapporti politici dove si parla
solamente di ebrei e musulmani, e la cui sopravvivenza sembra
soprattutto legata all’interesse che la comunità internazionale
ha, e dovrebbe ancor più manifestare, nei nostri confronti.
Eppure è una presenza importante: per
la speranza di cui è
portatrice, per la gioia sottesa al messaggio di cui essa
è portavoce e perché il suo amore per questa Terra e tutti i
suoi abitanti ha superato – dall’interno – duemila anni di
storia non meno tormentata di quella attuale.
Gli ebrei sono poco meno
di sei milioni, mentre i musulmani sono circa tre milioni e
mezzo. I rapporti con queste due grandi realtà sono molto
diversi tra loro. Gran parte dei cristiani è di origine araba ed
ha un rapporto plurisecolare con il mondo islamico, mentre le
relazioni con la componente ebraica del paese, che è
maggioritaria, è solo recente.
Il dialogo con l’islam o, meglio, con i musulmani passa
attraverso le istituzioni della Chiesa: ospedali,
orfanotrofi, istituti per disabili e soprattutto scuole.
È lì che cristiani e musulmani sperimentano la condivisione di
vita. I bambini delle due fedi stanno insieme, sugli stessi
banchi di scuola, condividono gli stessi spazi, oltre che le
piccole e sane gioie ed ansie, comuni a tutti gli studenti.
Imparano a conoscersi, amarsi, a giocare e litigare. Le scuole
sono, insomma, l’ambiente principale d’incontro tra la comunità
musulmana e quella cristiana. Anche le famiglie degli studenti
si incontrano ed imparano a conoscersi. Attraverso le sue
istituzioni, insomma, la Chiesa fa sì che il “dialogo” non sia
riservato agli addetti ai lavori, ma diventi una realtà di vita
normale. Per questo preferisco parlare d’incontro tra cristiani
e musulmani, piuttosto che tra cristianesimo ed islam.
Non
sono le istituzioni ad incontrarsi, ma le persone, che imparano
a condividere la comune umanità. Le scuole sono ben 117,
alle quali si devono aggiungere ospedali, e tante altre
istituzioni. Pur essendo pochi, insomma, i cristiani di Terra
Santa sanno rendersi presenza viva e si sforzano di essere
incisivi nella vita pubblica.
Il rapporto con l’ebraismo e con Israele in generale è
diverso.
Non vi sono molti ambienti di vita in comune. Gli ebrei parlano
ebraico e appartengono ad una differente cultura. Il conflitto
inoltre influisce molto nelle reciproche relazioni. Non è
facile per un cristiano palestinese vedere con serenità
nell’ebreo israeliano un interlocutore con il quale rapportarsi
serenamente. Onestamente è così anche per l’ebreo
israeliano, che vede nel palestinese, quale che sia la sua fede,
una realtà spesso ostile. Ma è proprio per questo che il
dialogo con Israele è importante. Ed esso passa essenzialmente
attraverso le
associazioni culturali, gli incontri con persone delle
diverse organizzazioni locali.
Spesso gruppi di giovani israeliani che viaggiano lungo il paese
si fermano nei luoghi santi cristiani per incontrare qualcuno
che parli loro della storia cristiana del paese, che non sia
solo legata al ricordo delle crociate, ma anche alle origini del
cristianesimo e il suo continuo attaccamento in tanti modi
diversi a questa terra.
Se c’è una società
positivamente curiosa e vivace, questa è proprio la società
israeliana. Le richieste d’incontro, di scambio di
esperienze sono tantissime. Ci possono essere momenti semplici
come fare insieme un’escursione nel deserto, come partecipare a
conferenze o seminari interdisciplinari, giocare insieme a
pallone, come condividere esperienze di preghiera. Recentemente
il comune di Padova ci ha regalato una bellissima copia in
miniatura della Cappella degli Scrovegni. Da allora migliaia di
israeliani sono venuti a visitarla, senza che nemmeno vi sia
stata una campagna di informazione al riguardo. Il passaparola è
stato efficacissimo. E attraverso queste visite sono nate
relazioni con tante persone e organizzazioni. Sono nate amicizie
apparentemente lontane, magari con nemmeno una lingua in comune,
ma comunque interessate a conoscersi. La cappella sarà tra poco
esposta al Museo di Tel Aviv per le scolaresche della città.
Altra occasione d’incontro.
La
forza e la bellezza di questa Terra è proprio questa. A dispetto
dei conflitti o del Conflitto, le persone, nonostante tutto,
continuano a vivere e ad esprimersi, a conoscersi. Non
s’intende certo negare i gravi problemi esistenti, l’odio a
volte profondo e lacerante che si sviluppa nei diversi àmbiti.
Le cronache quotidiane ne parlano continuamente e non possiamo
ignorare questa triste realtà. Ma nemmeno possiamo fermarci a
questa triste realtà. Come cristiani abbiamo l’obbligo di andare
oltre. Non solo subire le situazioni, ma
saper proporre continuamente, incessantemente, caparbiamente
nuove vie d’incontro, per amore dell’uomo, che qui si è
incontrato con Dio. Stare da cristiani in Terra Santa
significa anche custodire questa testimonianza.
p. Pierbattista Pizzaballa
Custode di Terra Santa
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n. 5/2009
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