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Lo
stage alla Caritas nacque da un’idea che mi diede mio padre. Mi
ricordo benissimo il primo giorno. Studente specializzando di
Lingue, al primo minuto del primo giorno di uno stage in un
centro di ascolto stranieri, per l’esattezza alla scuola
d’italiano per stranieri: un posto visitato da persone
provenienti da tutte le nazionalità, e tutti con una cosa da
dire o domandare. Magari le nazionalità non erano proprio tutte,
ma ero tesissimo lo stesso: se pensi nella tua infinita
ingenuità di saper bene una lingua straniera, quello è il posto
giusto per capirlo.
Al di là delle battute, ricordo molto bene quel giorno
soprattutto perché è stato l’inizio della mia prima esperienza
lavorativa vera. Per uno studente, lavorare in un posto dove le
tue competenze possono essere utili, è una soddisfazione. Dài
concretezza a ciò che prima era progetto. Se poi nell’essere
utile, senti anche un curiosa pressione su una spalla, allora
vuol dire che ti hanno dato anche una piccola, magari minuscola,
porzione di responsabilità: e in questo caso la soddisfazione
raddoppia, perché cominci a capire cosa vuol dire lavorare. In
più lavorare tre mesi, a fianco di persone qualificate, per
ascoltare e parlare con persone provenienti da tante parti del
mondo, di tanti credo, usi e idee differenti, e chiaramente con
tante situazioni o problemi diversi, insegna tante cose. E
insegna anche a capirle, tante cose, mentre altre non le capisci
ma sai che esistono. Insomma dà peso alla realtà che ti
circonda, dà spessore al tuo vissuto. Ti fa crescere, e
quest’ultima è espressione da mettere sempre per ultima per non
inflazionarla, o magari utilizzarla a sproposito.
Per raccontare un’esperienza, bisogna procedere per gradi, e con
ordine. Spieghiamo bene cosa è un centro di ascolto stranieri: è
un posto dove professionisti, aiutati da tanti volontari,
ascoltano un’infinità di persone al giorno, per poterle aiutare.
Possono essere in cerca di informazioni sui documenti necessari
per risiedere in Italia, per lavorare, per usufruire dei vari
servizi di cui un cittadino straniero può aver bisogno. Possono
essere in cerca di un alloggio temporaneo, di una mensa, oppure
di lezioni di lingua italiana, per integrarsi meglio in Italia.
Possono avere tante altre richieste, tanti altri problemi da
risolvere, tante situazioni da affrontare. Insomma è un posto
dove cittadini aiutano cittadini di altre nazionalità a far
valere i propri diritti, o a ricordarsi di rispettare i propri
doveri. Si poteva dire aiutare e via, ma anche questa è parola
che nasconde un mondo dietro; per capirne il senso, è sempre
meglio restringere il campo senza dimenticarsi mai dell’intero.
Uno dei servizi che fornisce il centro di ascolto è la scuola di
italiano. Sotto la guida di una professionista del settore, c’è
un gruppo di volontari che insegnano l’italiano in corsi di vari
livelli. Dopo aver assistito in qualità di uditore a numerose
lezioni, ho avuto la fortuna di provare l’ebbrezza di insegnare
in prima persona. Dopo anni di lezioni vissute dalla parte del
banco, guardare una classe dalla prospettiva dell’insegnante è
un’esperienza indimenticabile.
Un’emozione fortissima, anche per chi come me non si sarebbe mai
immaginato di vestire i panni di insegnante; sono troppo
impaziente, mi dicevo. I miei compagni di scuola o di università
me l’avevano fatto notare spesso, durante le classiche sessioni
di studio, e come dargli torto? E poi c’era la consapevo-lezza
da parte mia che avrei dovuto insegnare a uomini e donne molto
più grandi di me, e che fino a quel momento avevano seguito
lezioni tenute da volontari ex insegnanti in pensione: insomma
gente che aveva insegnato per anni. Per questo motivo quando mi
sono trovato a guardare dieci-quindici persone davanti a me che
attendevano che iniziassi la lezione, la tensione si è fatta
sentire.
Due erano le domande che mi rimbombavano in testa: mi
prenderanno sul serio? Quanto ci metteranno per capire che sono
un semplice studente specializzando che prova a fare
l’insegnante? Eppure quando sei lì
e cominci a vedere i volti che ti seguono, e senti le prime
domande che ti fanno, ti viene tutto naturale. Certo, insegnare
la tua lingua madre non è una missione impossibile, soprattutto
quando si tratta di insegnare la didattica di base. Però hai di
fronte tante nazionalità diverse, tante età diverse, e non
sempre il messaggio viene recepito la prima volta, e qualche
volta neanche la seconda o la terza. Quello che ti dà confidenza
in ciò che fai sono proprio le persone che hai davanti. Sono
uomini e donne, ragazzi e ragazze che vivono spesso con numerose
difficoltà, e che hanno problemi da risolvere che a noi,
cittadini italiani in Italia, sembrerebbero bazzecole. Eppure
sanno quanto sia importante sapere la lingua del paese che ti
ospita per poterci vivere meglio, nonostante tante altre
difficoltà. L’entusiasmo che ci mettono ti fa capire tante cose:
è come se ti desse la consapevolezza necessaria per distinguere
il necessario dal superfluo.
Gli studenti che ho avuto probabilmente non hanno idea di quanto
mi hanno insegnato, durante le lezioni nelle quali mi chiamavano
maestro oppure mi fermavano ogni due secondi per chiedermi cose
che non avevano nulla a che fare con la lezione del giorno. Non
hanno sicuramente la benché minima idea della sensazione che mi
hanno fatto provare quando mi chiedevano se alla prossima
lezione ci sarei di nuovo stato io, lì alla lavagna a scrivere
esercizi o attorno ai banchi a distribuire fotocopie. O magari
quando un ragazzo eritreo, nel salutarmi a fine lezione, mi
disse che quando ero io a fare lezione lui era contento. Spero
di essere riuscito a comunicargli un po’ della mia gratitudine,
perché durante quelle lezioni stavamo imparando tutti
qualcosa, sia chi stava sui banchi, sia chi stava in
cattedra.
Tommaso Verani
Roma
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n. 5/2010
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