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 Tommaso

 al Centro di Ascolto Stranieri 

Lo stage alla Caritas nacque da un’idea che mi diede mio padre. Mi ricordo benissimo il primo giorno. Studente specializzando di Lingue, al primo minuto del primo giorno di uno stage in un centro di ascolto stranieri, per l’esattezza alla scuola d’italiano per stranieri: un posto visitato da persone provenienti da tutte le nazionalità, e tutti con una cosa da dire o domandare. Magari le nazionalità non erano proprio tutte, ma ero tesissimo lo stesso: se pensi nella tua infinita ingenuità di saper bene una lingua straniera, quello è il posto giusto per capirlo.
Al di là delle battute, ricordo molto bene quel giorno soprattutto perché è stato l’inizio della mia prima esperienza lavorativa vera. Per uno studente, lavorare in un posto dove le tue competenze possono essere utili, è una soddisfazione. Dài concretezza a ciò che prima era progetto. Se poi nell’essere utile, senti anche un curiosa pressione su una spalla, allora vuol dire che ti hanno dato anche una piccola, magari minuscola, porzione di responsabilità: e in questo caso la soddisfazione raddoppia, perché cominci a capire cosa vuol dire lavorare. In più lavorare tre mesi, a fianco di persone qualificate, per ascoltare e parlare con persone provenienti da tante parti del mondo, di tanti credo, usi e idee differenti, e chiaramente con tante situazioni o problemi diversi, insegna tante cose. E insegna anche a capirle, tante cose, mentre altre non le capisci ma sai che esistono. Insomma dà peso alla realtà che ti circonda, dà spessore al tuo vissuto. Ti fa crescere, e quest’ultima è espressione da mettere sempre per ultima per non inflazionarla, o magari utilizzarla a sproposito.
Per raccontare un’esperienza, bisogna procedere per gradi, e con ordine. Spieghiamo bene cosa è un centro di ascolto stranieri: è un posto dove professionisti, aiutati da tanti volontari, ascoltano un’infinità di persone al giorno, per poterle aiutare. Possono essere in cerca di informazioni sui documenti necessari per risiedere in Italia, per lavorare, per usufruire dei vari servizi di cui un cittadino straniero può aver bisogno. Possono essere in cerca di un alloggio temporaneo, di una mensa, oppure di lezioni di lingua italiana, per integrarsi meglio in Italia. Possono avere tante altre richieste, tanti altri problemi da risolvere, tante situazioni da affrontare. Insomma è un posto dove cittadini aiutano cittadini di altre nazionalità a far valere i propri diritti, o a ricordarsi di rispettare i propri doveri. Si poteva dire aiutare e via, ma anche questa è parola che nasconde un mondo dietro; per capirne il senso, è sempre meglio restringere il campo senza dimenticarsi mai dell’intero.
Uno dei servizi che fornisce il centro di ascolto è la scuola di italiano. Sotto la guida di una professionista del settore, c’è un gruppo di volontari che insegnano l’italiano in corsi di vari livelli. Dopo aver assistito in qualità di uditore a numerose lezioni, ho avuto la fortuna di provare l’ebbrezza di insegnare in prima persona. Dopo anni di lezioni vissute dalla parte del banco, guardare una classe dalla prospettiva dell’insegnante è un’esperienza indimenticabile.
Un’emozione fortissima, anche per chi come me non si sarebbe mai immaginato di vestire i panni di insegnante; sono troppo impaziente, mi dicevo. I miei compagni di scuola o di università me l’avevano fatto notare spesso, durante le classiche sessioni di studio, e come dargli torto? E poi c’era la consapevo-lezza da parte mia che avrei dovuto insegnare a uomini e donne molto più grandi di me, e che fino a quel momento avevano seguito lezioni tenute da volontari ex insegnanti in pensione: insomma gente che aveva insegnato per anni. Per questo motivo quando mi sono trovato a guardare dieci-quindici persone davanti a me che attendevano che iniziassi la lezione, la tensione si è fatta sentire.
Due erano le domande che mi rimbombavano in testa: mi prenderanno sul serio? Quanto ci metteranno per capire che sono un semplice studente specializzando che prova a fare l’insegnante? Eppure quando sei lì
e cominci a vedere i volti che ti seguono, e senti le prime domande che ti fanno, ti viene tutto naturale. Certo, insegnare la tua lingua madre non è una missione impossibile, soprattutto quando si tratta di insegnare la didattica di base. Però hai di fronte tante nazionalità diverse, tante età diverse, e non sempre il messaggio viene recepito la prima volta, e qualche volta neanche la seconda o la terza. Quello che ti dà confidenza in ciò che fai sono proprio le persone che hai davanti. Sono uomini e donne, ragazzi e ragazze che vivono spesso con numerose difficoltà, e che hanno problemi da risolvere che a noi, cittadini italiani in Italia, sembrerebbero bazzecole. Eppure sanno quanto sia importante sapere la lingua del paese che ti ospita per poterci vivere meglio, nonostante tante altre difficoltà. L’entusiasmo che ci mettono ti fa capire tante cose: è come se ti desse la consapevolezza necessaria per distinguere il necessario dal superfluo.
Gli studenti che ho avuto probabilmente non hanno idea di quanto mi hanno insegnato, durante le lezioni nelle quali mi chiamavano maestro oppure mi fermavano ogni due secondi per chiedermi cose che non avevano nulla a che fare con la lezione del giorno. Non hanno sicuramente la benché minima idea della sensazione che mi hanno fatto provare quando mi chiedevano se alla prossima lezione ci sarei di nuovo stato io, lì alla lavagna a scrivere esercizi o attorno ai banchi a distribuire fotocopie. O magari quando un ragazzo eritreo, nel salutarmi a fine lezione, mi disse che quando ero io a fare lezione lui era contento. Spero di essere riuscito a comunicargli un po’ della mia gratitudine, perché durante quelle lezioni stavamo imparando tutti qualcosa, sia chi stava sui banchi, sia chi stava in cattedra.

 

Tommaso Verani
Roma
 

 

trovi questo articolo nella rivista SE VUOI n. 5/2010

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