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Sono
passati 28 anni ma ancora mi ricordo dove ero, come ero
vestito e come ero seduto quando, per la prima volta nella mia
vita, mi ha attraversato la mente e il cuore
l’idea di diventare prete;
portavo i capelli piuttosto lunghi; quel giorno avevo indossato
una camicia rossa di cotone; ero seduto su un muretto di cemento
nei pressi della casa della mia “fidanzata”; studiavo meccanica
razionale, un esame del II anno del corso di ingegneria
meccanica.
Facevo il Capo reparto nel gruppo Scout AGESCI “Genova Levante”.
Ricordo che in quel periodo pregavo con una certa costanza, per
me, per la mia famiglia, per i miei ragazzi scout ed i miei
amici.
Stavo bene, ero felice, mi sentivo amato da Dio e dalle persone
ed avevo voglia di amare.
Talvolta pensavo al matrimonio.
L’idea di diventare sacerdote forse è nata perché collegata al
desiderio di voler offrire a tutti quell’amore che sentivo nel
cuore.
Per un attimo mi è sembrato che donarlo solo ad una moglie e ad
alcuni figli fosse troppo poco; forse non avevo del tutto capito
la grandezza della vocazione al matrimonio.
Lo squarcio di luce, di calore e di amore che provai in quel
momento, legato all’ipotesi di diventare sacerdote, mi spaventò
moltissimo; confidai immediatamente la mia paura ed i miei
stati d’animo ad un sacerdote che stimavo; non era giovanissimo,
ma sentivo che mi voleva bene. Ne parlai alla mia fidanzata che
rimase impietrita, forse bloccata di fronte alla volontà di Dio.
Mons. Macciò, così si chiamava quel sacerdote, mi rassicurò
dicendo di continuare a studiare. Mi suggerì una vita spirituale
più ordinata, scandita dalla comunione eucaristica, spesso per
lunghi periodi quotidiana, e dal sacramento della
Riconciliazione, celebrato con buona frequenza.
In quello stesso anno, il 13 maggio 1981, vi fu l’attentato a
Giovanni Paolo II; questo fatto ingigantì in me il desiderio di
donare la mia vita a Gesù ed alla Chiesa.
Continuai a studiare; mi sono laureato ed ho fatto il militare
nell’esercito, in fanteria.
Furono anni di ricerca vocazionale
profonda, di preghiera sanguinosa, di lacrime, di errori, di
infedeltà, di fughe e di ritorni a casa.
I fattori che mi aiutarono a
scegliere in modo definitivo furono molti. Fu determinante un
campo di servizio con alcuni fratelli e sorelle disabili. Mi
aiutò molto la Madonna, Nostra Signora, Regina della Guardia;
nel Santuario a lei dedicato, sulle alture di Genova, trascorsi
ore e ore di silenzio e di preghiera; il diavolo mi mise più
volte i bastoni fra le ruote.
Il 9 maggio 1992, nel giorno del mio 31° compleanno, fui
consacrato presbitero dal card. Giovanni Canestri, allora
arcivescovo di Genova.
Da allora il mio amore per Gesù e per la Chiesa e per le
persone, soprattutto per chi è in sofferenza, è sempre
cresciuto.
Con il trascorrere del tempo mi convinco che, attraverso il
vescovo, sono stato davvero chiamato dal Signore; vedo la
premura quotidiana che Dio ha verso la mia piccolezza, la
delicatezza con cui guida i miei passi quando gli permetto di
farlo. Nella certezza della vocazione c’è la mia salvezza ed il
nòcciolo della mia vita spirituale; ogni giorno mi rivolgo a Dio
Padre ricordando che, se Lui mi ha chiamato, non potrà mai
negarmi il suo aiuto, il suo sostegno, la sua grazia; Lui mi ha
voluto prete e quindi non può abbandonarmi.
Recentemente ho capito quanto sia importante nella mia vita lo
stare con il Signore, come Maria, in ascolto del suo amore e
della sua volontà.
Talvolta trascorro ore davanti al tabernacolo a godere
dell’amicizia di Gesù; in questo periodo lo sento come un grande
amico, che ama le stesse cose che amo io; me lo immagino con i
capelli corti, vestito in jeans e maglietta, che va in bici,
scia, arrampica ed è sempre con me, disponibile ad aiutarmi e a
correggermi.
Da circa due anni mi accosto al sacramento della Riconciliazione
tutte le settimane, come faceva Giovanni Paolo II; mi aiuta.
Nella mia vita ho fatto tanti errori… ho fatto soffrire tante
persone; ho voluto bene a tanti ragazzi, tanti adulti, a mia
mamma, a mia sorella.
Ultimamente sto riscoprendo la bellezza dell’amicizia adulta,
sincera, che non ha paura della fragilità.
Con alcuni miei confratelli mi racconto in profondità; con il
mio padre spirituale sperimento la bellezza di essere fino in
fondo me stesso, peccatore ma salvato.
Nelle varie situazioni pastorali in cui mi sono trovato ho
potuto sperimentare l’amore di Dio in vari modi, soprattutto
nelle persone che mi ha messo vicino e che mi hanno aiutato nel
ministero; ho sempre trovato sulla mia strada fratelli e sorelle
splendidi, ragazzi, giovani e adulti che mi hanno aiutato,
talvolta in modo eroico e gratuito, nell’organizzare cose
complesse, incontri, campi, pellegrinaggi.
Le gioie più grandi che ho sperimentato
nella mia vita sacerdotale vengono dall’aver fatto conoscere
Dio a qualcuno, l’avergli insegnato a pregare, l’aver
trasmesso il gusto dello studio teologico, dell’essere nutriti
dalla Parola di Dio.
Ringrazio i poveri per tutto quello che mi hanno insegnato e
ringrazio coloro che me li hanno fatti conoscere come un volto
di Dio.
In questi ultimi anni lo Spirito Santo mi dona l’ebbrezza delle
cose grandi, la mistica della presenza di Dio nella storia e
nella mia vita. Amo la santità e provo una sana invidia per i
santi.
Chiedo al Signore di prendere la mia vita, tutta, tutto ciò che
possiedo.
Non ho paura se Lui lo vuole.
Talvolta gli dico che mi piacerebbe soffrire come ha fatto Lui
per la salvezza di qualcuno, anche se poi mi viene paura.
Ma se Lui chiama, tutto è possibile ed è certamente gioia.
don Nicolò Anselmi
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n. 6/2009
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