per i giovani che guardano al futuro  

 

 home chi siamo appuntamenti riflessioni preghiera orientarsi per scegliere racconti sussidi vocazionali

 

LUIGI PADOVESE

una vita donata

Mons. Luigi Padovese (1947/2010), francescano cappuccino, vicario apostolico per l’Anatolia e presidente della Conferenza episcopale turca, è stato ucciso a Iskenderun (Turchia) il 3 giugno 2010, giorno del Corpus Domini.

 

CENNI BIOGRAFICI

Nato a Milano il 31 marzo 1947, monsignor Luigi Padovese fece la prima professione nei Frati Cappuccini il 4 ottobre 1965 e tre anni dopo quella solenne. Il 16 giugno 1973 fu ordinato sacerdote. Professore titolare della cattedra di Patristica alla Pontificia Università dell’Antonianum, prima di essere ordinato vescovo fu per 16 anni direttore dell’Istituto di Spiritualità nella medesima università. Professore invitato alla Pontificia Università Gregoriana e alla Pontificia Accademia Alfonsiana, per 10 anni fu visitatore del Collegio Orientale di Roma per la Congregazione delle Chiese Orientali. Consulente della Congregazione per le Cause dei Santi, l’11 ottobre 2004 venne nominato Vicario apostolico dell’Anatolia e vescovo titolare di Monteverde. Venne consacrato a Iskenderun il 7 novembre dello stesso anno. Qui è morto il 3 giugno 2010.
 

La Turchia, dove ha svolto il suo ministero episcopale, è una terra che conta 70 milioni di abitanti, il 99% dei quali musulmani. I cristiani sono lo 0,6% della popolazione; i cattolici sono circa 30 mila. Il vicariato dell’Anatolia ha 4550 cattolici, 7 parrocchie, 3 sacerdoti diocesani, 14 religiosi e 12 religiose.

La bibliografia, i testi, i documenti e i saggi da lui prodotti, le pubblicazioni scientifiche, gli studi di patristica, le guide per i pellegrini sono davvero moltissimi. Profondamente impegnato negli studi riguardanti la prima Chiesa, in particolare il periodo patristico, mons. Padovese conosceva perfettamente ed amava con passione questi luoghi, dove la Chiesa ha mosso i primi passi, celebrato i primi concili, e dove si è data una prima determinante struttura teologica.

 

Fra le cose da lui portate avanti in terra turca: la condivisione del cibo con gli amici musulmani durante le reciproche feste, la creazione di un servizio di distribuzione a domicilio di generi alimentari ad oltre 70 famiglie in difficoltà, la simpatia verso la cultura islamica, le buone relazioni con le autorità civili e la profonda amicizia con il Patriarca ortodosso; gli aiuti profusi alla popolazione durante le alluvioni a Iskenderun e a Batman, l’aiuto costante e generoso alle persone colpite dalla malattia, il contributo determinante per la canalizzazione dell’acqua in alcuni villaggi isolati. Tutto questo mons. Luigi l’ha fatto senza aspettarsi nulla in cambio, nessun tornaconto, nessun rientro di immagine, nessuna propaganda religiosa, solo carità cristiana, così come insegna il Vangelo.

 

IL SUO PENSIERO

«Dopo aver ricevuto la notizia dell’uccisione - , ricorda il suo confratello fr. Paolo Martinelli - mi è tornato alla mente un colloquio avuto con lui il giorno stesso della sua nomina episcopale, l’11 ottobre 2004. Ad un certo punto ci mettemmo a parlare del suo nuovo incarico in Anatolia. Ed io, avendo letto della situazione nel Medio Oriente che iniziava a presentare segni preoccupanti per la condizione dei cristiani, ad un certo punto gli dissi, sinceramente preoccupato: “Ma Luigi, ti rendi conto che la situazione in quella terra forse potrebbe un giorno aggravarsi e mettere a repentaglio l’incolumità dei pastori?”. Mi ricordo che la nostra conversazione ebbe un momento interminabile di silenzio, interrotto da una sua serena espressione: “Sì, ho messo in conto anche questo, so che potrebbe essermi chiesto tutto”».

Una volta inserito nel Paese musulmano, compì una scelta precisa nella direzione della mitezza evangelica, ma anche di un sano realismo: «Credo alla possibilità di un dialogo di conoscenza reciproca e di stima, anche perché sia da parte del mondo musulmano, sia da parte nostra, ci sono tanti preconcetti che devono essere eliminati pur nel rispetto della propria identità. Per questo, qui dove ci troviamo ora, ho aperto un Centro di dialogo interculturale e interreligioso. Che è poi l’unica strada che si può percorrere, perché al di là della positività del dialogo c’è solo lo scontro delle civiltà».

 

La profondità del suo atteggiamento di fondo la ritroviamo nella sua omelia per un’ordinazione presbiterale, in cui dice: «Quando predicate agli altri siate voi i primi ascoltatori delle cose che annunciate. La parola che esce dalla vostra mente raggiunga anzitutto il vostro cuore. La “suprema delle arti”, come i Padri definiscono il ministero sacerdotale, si applichi anzitutto alla vostra vita. Lasciate che l’annuncio che proclamate interpelli anzitutto voi. “Fate questo in memoria di me”, significa: vivete come me, offritevi come me. La memoria della Cena è il culmine d’una vita spesa per il Padre e per gli uomini».

Nei suoi messaggi pastorali egli si rivolge con chiarezza a tutti: «C’è qualcuno di noi che non sia povero? Io non parlo soltanto della povertà di denaro, ma di tutte le povertà che rendono a volte difficile la nostra vita. Tutti siamo poveri. Ebbene dinanzi a Dio e scoprendo la nostra povertà, ci è più facile accettare anche la povertà degli altri. Quanto deve unirci è la scoperta della nostra comune indigenza. Se, insomma, togliamo la maschera del nostro orgoglio noteremo di non essere diversi o migliori di chi ci circonda ma ugualmente bisognosi del perdono di Dio e del perdono gli uni degli altri, perché tutti spesso ci ascoltiamo senza accoglierci, ci parliamo senza capirci, ci usiamo senza amarci…».

La consapevolezza della propria povertà tuttavia non paralizza il cristiano ma lo spinge alla fiducia, sull’esempio dei padri nella fede. Infatti: «La fede trasmessa da quanti ci hanno preceduto non è come un quadro antico che conserviamo nelle nostre case, ma è un dono di Dio che non vive senza la nostra collaborazione».

Dopo l’uccisione di don Andrea Santoro (2006), egli cerca di scoprire il senso di ciò che è avvenuto e che cosa può dire il Signore alla piccola comunità cristiana dell’Anatolia: «Il sacrificio di questo sacerdote è un invito a ravvivare la nostra identità di cristiani. Questa identità, se da fanciulli è stata ereditata, da adulti dev’essere scelta e non come un atto chiuso, puntuale, ma nelle diverse circostanze della vita. Non ci chiamiamo cristiani soltanto in alcune ore del giorno, ma sempre. Ed essere ed agire da cristiani significa confrontarci con Cristo. Egli è lo specchio nel quale dobbiamo quotidianamente guardarci. Proprio in questo confronto con Lui deve crescere la nostra fede e la nostra speranza… Guardiamoci dentro. Non è forse vero che senza speranza perdiamo anche la gioia, perdiamo il coraggio di confessare la nostra fede e rimaniamo fissati in un presente che a volte ci appare come una stanza senza porte e senza finestre? La speranza cristiana ci fa alzare lo sguardo oltre il presente… La speranza è il termometro della nostra fede».

 

Del resto, fin dall’inizio del suo ministero episcopale, egli scriveva alla sua comunità cristiana: «Tra tutti i Paesi di antica tradizione cristiana, nessuno ha avuto tanti martiri come la Turchia. La terra che noi calpestiamo è stata lavata con il sangue di tanti martiri che hanno scelto di morire per Cristo anziché rinnegarlo. Una donna cristiana di nome Seconda, vissuta intorno al 170 d.C., a chi l’invitava a rinnegare la propria fede per sfuggire alla morte, rispose: “Voglio essere ciò che sono”, cioè sono cristiana e voglio rimanerlo… Noi tutti viviamo qui in una situazione di minoranza rispetto ai nostri fratelli musulmani. Io vi invito a guardare a questa situazione come un’occasione per diventare sempre più coscienti della nostra fede. In altri Paesi, dove la maggioranza è cristiana, è più grande il rischio di dirsi cristiani senza esserlo. Qui da noi dobbiamo esserlo e mostrare di esserlo. Il nostro impegno non è di convertire altri alla nostra fede, ma di mostrare semplicemente che è bello essere cristiani. Si tratta di parlare con la vita più che con le parole. “Gli uomini – diceva un vecchio saggio – credono più ai loro occhi che alle loro orecchie”».

E concludeva: «Vi chiedo di sostenermi con la vostra preghiera perché io possa sostenere voi».

 

Liana Favetta

 

trovi questo articolo nella rivista SE VUOI n. 6/2010

Non conosci SE VUOI? Chiedi una copia-saggio

   

 

 Istituto Regina degli Apostoli per le vocazioni (Suore Apostoline), via Mole 3, 00040 Castel Gandolfo / Roma

tel. 06.9320356, fax 06.9360700

CF. 82004800585, PI 05746711000