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Alla
mattina del 15 agosto del 1991, mentre sta facendo ritorno da
Rimini a Carugate (MI), Massimiliano, conosciuto da tutti come
Max, ha un incidente stradale con la sua auto ed entra in coma.
Da allora sono passati vent’anni e Max, che oggi ha
quarant’anni, grazie alla tenacia dei suoi genitori è ancora
insieme a noi. Incontro Max e la sua famiglia durante una
conferenza sulla tematica del “fine vita” e mi colpisce subito
la sua energia e la sua forza.
Quando pensi ad un ragazzo che è stato in coma per 10 anni
non immagineresti mai che abbia così tanta forza nello
stringerti la mano! Mi travolge la sua energia, e quella dei
suoi genitori, in particolare, di sua madre Lucrezia, per gli
amici Ezia. E le chiedo subito:
● Come sono stati per lei quei dieci anni di silenzio?
«Sono stati anni durissimi per tutta la famiglia. Ricordo che
l’incidente avvenne alle 7 del mattino, e alle 9 con una
telefonata ci veniva comunicato che Max si trovava all’ospedale
di Melegnano in gravissime condizioni. In quel momento mi sentii
crollare il mondo addosso e l’unico pensiero era che ci fosse
stato un errore. Corremmo in ospedale e quando arrivai con mio
marito, ci fecero entrare in una piccola stanza e con grande
dolore costatammo che si trattava di nostro figlio. Restammo
senza parole nel vedere quel corpo bello e abbronzato mentre il
dottore ci comunicava che il ragazzo era in coma; da lì è
iniziato il nostro calvario.
Sono stati anni duri anche perché non si sapeva se Max
percepisse la nostra presenza, nello stesso tempo continuavamo a
ripetere a tutti coloro che avevano contatti con lui, che
dovevano credere e sperare, che prima o poi sarebbe successo
qualcosa. E quel qualcosa è successo alcuni giorni dopo il
Natale del 2000. Ricordo come tutte le sere pregavamo prima di
dormire ed io, che mi sentivo particolarmente affaticata quella
sera, esclamai: “questa sera sono stanca Max, il segno di croce
te lo fai da solo”. Lui si alzò e compì il gesto di sua
spontanea volontà. In quell’istante credetti di essere impazzita
e invece da quel momento, giorno dopo giorno, è iniziata la sua
ripresa. La gioia di tutti noi, e di tutti coloro che seppero la
notizia, fu immensa perché avevamo sempre creduto nel possibile
recupero di Max anche contro il parere di molti medici che
affermavano che scientificamente non potevano esserci speranze».
● Immagino che il fisico di Max, seppure giovane, fermo
per tanti anni abbia faticato nella ripresa...
«Le difficoltà maggiori sono state per recuperare le funzioni
prioritarie, cioé dargli da mangiare e da bere, perché si
mantenesse sempre in uno stato di buona salute. Inoltre la cosa
assai più grave è stato il rapporto con il sistema medico e
burocratico. Non nascondo che ho trovato un certo ostruzionismo
da parte di alcuni medici che non credevano nella ripresa di Max
e mi hanno bollato come folle. Mi sono trovata a scontrarmi con
un sistema che in nome della scienza spesso abbandona la
speranza della vita, ma io ho tenuto duro e ho seguito il mio
istinto materno, non potevo fare diversamente era carne della
mia carne! Come famiglia ci siamo sentiti in dovere di accudirlo
e di dargli tutto quello che le nostre forze ci permettevano,
frutto anche di un’educazione avuta dai nostri genitori, gente
umile ma di saldi princìpi religiosi e morali».
● Dove hai trovato la forza per andare avanti?
«L’ho trovata nel Signore, negli amici di Max, che non ci hanno
mai abbandonato, nei tantissimi volontari che sono passati per
casa nostra, nei parenti e nei vicini di casa che mi hanno
sempre aiutata. Max ha dovuto seguire un percorso riabilitativo
molto duro, un metodo americano che si chiama “Dom” e che porta
ad una continua attività del paziente. Quindi tutti ci
alternavamo a turno per non interrompere mai il movimento.
Insomma l’aiuto di tutti è stato prezioso per noi».
● Il prossimo anno verrà pubblicato un libro sulla tua
esperienza, ci puoi anticipare qualcosa?
«Il libro che uscirà nella prossima primavera è stato un regalo
che ho voluto fare a Massimiliano per i suoi quarant’anni, è
stato per me uno sforzo durissimo rivivere quei terribili
momenti, tant’è che alcune volte dovevo assolutamente smettere
di scrivere. Sono convinta che valga la pena di leggerlo, perché
spero che servirà, come sostegno morale, ad altre famiglie che
si trovano nella nostra stessa situazione, a non mollare mai».
● Ai giovani che ti leggono quale messaggio vuoi lasciare?
«La vita è un dono e come tale bisogna accettarlo e custodirlo,
in tutte le situazioni che ci si presentano».
puoi trovare questo articolo
sulla rivista
SE VUOI
n. 6/2011
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