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Quel "QUALCOSA" è successo

intervista di Francesca Baldini

a Lucrezia Povia

Alla mattina del 15 agosto del 1991, mentre sta facendo ritorno da Rimini a Carugate (MI), Massimiliano, conosciuto da tutti come Max, ha un incidente stradale con la sua auto ed entra in coma. Da allora sono passati vent’anni e Max, che oggi ha quarant’anni, grazie alla tenacia dei suoi genitori è ancora insieme a noi. Incontro Max e la sua famiglia durante una conferenza sulla tematica del “fine vita” e mi colpisce subito la sua energia e la sua forza.

Quando pensi ad un ragazzo che è stato in coma per 10 anni non immagineresti mai che abbia così tanta forza nello stringerti la mano! Mi travolge la sua energia, e quella dei suoi genitori, in particolare, di sua madre Lucrezia, per gli amici Ezia. E le chiedo subito:

Come sono stati per lei quei dieci anni di silenzio?
«Sono stati anni durissimi per tutta la famiglia. Ricordo che l’incidente avvenne alle 7 del mattino, e alle 9 con una telefonata ci veniva comunicato che Max si trovava all’ospedale di Melegnano in gravissime condizioni. In quel momento mi sentii crollare il mondo addosso e l’unico pensiero era che ci fosse stato un errore. Corremmo in ospedale e quando arrivai con mio marito, ci fecero entrare in una piccola stanza e con grande dolore costatammo che si trattava di nostro figlio. Restammo senza parole nel vedere quel corpo bello e abbronzato mentre il dottore ci comunicava che il ragazzo era in coma; da lì è iniziato il nostro calvario.
Sono stati anni duri anche perché non si sapeva se Max percepisse la nostra presenza, nello stesso tempo continuavamo a ripetere a tutti coloro che avevano contatti con lui, che dovevano credere e sperare, che prima o poi sarebbe successo qualcosa. E quel qualcosa è successo alcuni giorni dopo il Natale del 2000. Ricordo come tutte le sere pregavamo prima di dormire ed io, che mi sentivo particolarmente affaticata quella sera, esclamai: “questa sera sono stanca Max, il segno di croce te lo fai da solo”. Lui si alzò e compì il gesto di sua spontanea volontà. In quell’istante credetti di essere impazzita e invece da quel momento, giorno dopo giorno, è iniziata la sua ripresa. La gioia di tutti noi, e di tutti coloro che seppero la notizia, fu immensa perché avevamo sempre creduto nel possibile recupero di Max anche contro il parere di molti medici che affermavano che scientificamente non potevano esserci speranze».

Immagino che il fisico di Max, seppure giovane, fermo per tanti anni abbia faticato nella ripresa...
«Le difficoltà maggiori sono state per recuperare le funzioni prioritarie, cioé dargli da mangiare e da bere, perché si mantenesse sempre in uno stato di buona salute. Inoltre la cosa assai più grave è stato il rapporto con il sistema medico e burocratico. Non nascondo che ho trovato un certo ostruzionismo da parte di alcuni medici che non credevano nella ripresa di Max e mi hanno bollato come folle. Mi sono trovata a scontrarmi con un sistema che in nome della scienza spesso abbandona la speranza della vita, ma io ho tenuto duro e ho seguito il mio istinto materno, non potevo fare diversamente era carne della mia carne! Come famiglia ci siamo sentiti in dovere di accudirlo e di dargli tutto quello che le nostre forze ci permettevano, frutto anche di un’educazione avuta dai nostri genitori, gente umile ma di saldi princìpi religiosi e morali».

Dove hai trovato la forza per andare avanti?
«L’ho trovata nel Signore, negli amici di Max, che non ci hanno mai abbandonato, nei tantissimi volontari che sono passati per casa nostra, nei parenti e nei vicini di casa che mi hanno sempre aiutata. Max ha dovuto seguire un percorso riabilitativo molto duro, un metodo americano che si chiama “Dom” e che porta ad una continua attività del paziente. Quindi tutti ci alternavamo a turno per non interrompere mai il movimento. Insomma l’aiuto di tutti è stato prezioso per noi».

Il prossimo anno verrà pubblicato un libro sulla tua esperienza, ci puoi anticipare qualcosa?
«Il libro che uscirà nella prossima primavera è stato un regalo che ho voluto fare a Massimiliano per i suoi quarant’anni, è stato per me uno sforzo durissimo rivivere quei terribili momenti, tant’è che alcune volte dovevo assolutamente smettere di scrivere. Sono convinta che valga la pena di leggerlo, perché spero che servirà, come sostegno morale, ad altre famiglie che si trovano nella nostra stessa situazione, a non mollare mai».

Ai giovani che ti leggono quale messaggio vuoi lasciare?
«La vita è un dono e come tale bisogna accettarlo e custodirlo, in tutte le situazioni che ci si presentano».
 

puoi trovare questo articolo sulla rivista SE VUOI n. 6/2011

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