È la
1ª tappa degli incontri di orientamento vocazionale per giovani, proposti nella nostra
comunità di Castel Gandolfo, sul tema: “TU
cerchi un senso alla vita? Chi... Cosa... Come... Perché...
Quando?”.
Riportiamo alcuni spunti dalla meditazione biblico-esistenziale - alla scuola di Paolo - e delle linee di
discernimento; e il link al file delle preghiere.
"Saulo,
Saulo..."
Chi sono?
Tra ambivalenza
e ricerca di senso
La
Parola
Cosa ci evoca il
termine “parola”?
Parola è un mezzo; parola può essere anche un fine; parola
è lo strumento privilegiato di cui ci serviamo per comunicare,
per comprendere e farci comprendere. Si tratta di uno strumento
privilegiato perché, pur essendo fortemente legato alle cose e
alle immagini cui si riferisce, tuttavia presenta una certa
adattabilità e malleabilità; si presta facilmente ad essere
utilizzato per significare anche altro, ad evocare immagini e
realtà nuove, diverse, inaspettate e che talvolta poco
conservano di ciò per cui la parola (o il termine) era stata
convenzionalmente coniata.
In altri termini, la parola viaggia in due direzioni:
parte con il significato dato da chi la pronuncia, viene
compresa e interpretata da chi l’accoglie, e contestualmente
torna, ricompresa e reinterpretata, a chi l’aveva proferita per
primo. Possiamo considerare la Parola di Dio come
lo strumento di cui Dio stesso si serve per comunicare, per
entrare in dialogo.
“Saulo, Saulo…”
Chi era costui?
Nella Lettera ai Filippesi (3,5-6) Paolo
afferma di essere un ebreo discendente dalla tribù di Beniamino,
di aver praticato la giustizia in quanto irreprensibile
osservatore della legge mosaica, di essere stato uno zelante
persecutore della Chiesa. Dal libro degli Atti degli Apostoli
(22,3), nel discorso di arringa di Paolo di fronte ai
Giudei, veniamo a sapere che la sua educazione fu molto rigida e
che la sua formazione fu curata da Gamaliele, personaggio
evidentemente molto accreditato presso i Giudei per la sua
autorità circa la dottrina e la legge. Dunque Paolo era un uomo
che aveva una certa cultura, una certa autorità e peso sociale.
Ma allora cosa è successo? Cosa avrà convinto Paolo a passare
dall’essere un persecutore delle comunità cristiane a diventarne
il difensore?
Luca ci racconta che durante una spedizione a Damasco, con la
quale Paolo era stato autorizzato a condurre a Gerusalemme i
cristiani damasceni per essere giudicati, avviene un episodio
che Paolo racconterà a più riprese e che secondo lui è stato il
momento decisivo in cui ha iniziato a rileggere la sua vita da
una diversa prospettiva, da un nuovo punto di vista. Secondo
quanto leggiamo in Atti degli Apostoli 9,1-9 egli non
solo è testimone di un evento fuori dal comune, ma è accusato di
essere un persecutore, lui che non faceva altro che applicare
onestamente quanto la legge prescriveva.
Probabilmente per Paolo questa è la prima volta in cui
vengono messe in seria discussione le certezze su cui egli
fondava la sua esistenza e la sua condotta, e da qui, onesto
qual era, inizia a riconsiderare la sua vita e soprattutto il
suo modo di essere uomo di Dio, la sua concezione di legge di
Dio e di giustizia. Di fatto, egli non rinnegherà mai il
giudaismo e la legge di Mosè, ma ne darà una nuova
interpretazione illuminata dalla grazia di Colui che sulla via
di Damasco gli si era rivelato. Certo non sarà stato né facile
né immediato, avrà avuto sicuramente momenti di turbamento e
smarrimento significati anche dalla temporanea cecità fisica, di
cui Luca ci parla al verso 8 di Atti 9; ma quello è l’inizio
della rinnovata coscienza di sé di Paolo, è dal quel momento che
egli, pur non vedendo, inizia a guardare se stesso e la sua
storia alla luce del Vangelo, di quella buona notizia che aveva
duramente combattuto.
La storia vocazionale di Paolo ci insegna che l’irruzione di
Cristo nella storia personale dell’uomo non mira a cancellarne
il passato, ma è tesa a proiettare nel futuro quella stessa
storia illuminandone le zone d’ombra dopo un ripensamento,
talvolta anche doloroso, di ciò che si è, per superare
l’illusione di essere in regola con la legge di Dio. |
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Passi di discernimento:
L'IDENTITà
PERSONALE
Percepire la nostra identità personale significa
sperimentare un sentimento di profonda unità interiore e di
«continuità della propria esistenza senza fratture tra ciò che
siamo e ciò che siamo stati e ciò che desideriamo essere».
Unità e continuità, dunque, costituiscono la base sia per
l’accettazione di sé sia, allo stesso tempo, per una
distinzione/integrazione con altre persone. La costante di ogni
processo identitario è la dimensione dialogica dell’esistenza
umana: tutto parte dalla relazione e tutto ci porta alla
relazione, siamo nati da una relazione e la nostra esistenza si
sviluppa fisicamente, psichicamente e spiritualmente dentro
relazioni significative.
L’identità personale pur comprendendo il concetto di sé,
l’immagine di sé e il progetto di sé, allo stesso tempo li
trascende, proprio a motivo della sua complessità e ampiezza.
Comportamenti, fatti, esperienze, vissuti, costituiscono
nell’insieme una storia personale che, proprio perché tale, è
unica, irripetibile e dinamica. Così, ogni giorno, nelle nostre
relazioni quotidiane, sperimentiamo che, nella comunicazione,
per me che ascolto è vero non ciò che l’altro dice ma ciò che io
comprendo di quanto l’altro dice. Questo è importante anche
a riguardo della rilettura della nostra storia personale!
>>Come mi vedo? >>Come
mi vedono gli altri? >>Come penso che Dio mi
veda? |