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 Geremia

 

Geremia ci è stato consegnato dalla tradizione come il profeta pessimista e “passivo” di fronte alla volontà di Dio, l’uomo dalle grandi lamentazioni.

Egli vive nel luogo dove abitavano i sacerdoti rifiutati da Dio e dal popolo perché la loro dinastia era stata infedele al Signore, essi non potevano neanche salire al Tempio. Dio interviene per interrompere questa maledizione storica e rende Geremia, pur tra tante ombre, segno di speranza, perciò uomo di grande luminosità.
 

Inoltre, Geremia viene chiamato durante il regno di Giosia che è un Re riformatore (durante il suo regno verrà ritrovato il libro del Deuteronomio che diventerà un riferimento chiave per l’identità del popolo di Israele), anch’egli è un segno di speranza e di fedeltà al suo Dio.
Le modalità con le quali Dio vuole rendere Geremia segno sono però molto esigenti: egli lo invia sulla soglia del tempio (proprio il luogo dove, vista la sua provenienza, non poteva accedere in quanto rifiutato e maledetto) ad annunciare la distruzione di quel luogo.
Geremia è un uomo solo, che si trova a dover accompagnare il popolo di Dio attraverso quella morte necessaria per ritrovare se stesso.

Geremia è chiamato, come tutti i grandi uomini di Dio, ad accompagnare gli altri nella sofferenza perché in essa possano ritrovare le profonde radici dell’esistere.
 

Al cap. 16 del libro di Geremia è narrata la richiesta di Dio del celibato che non è una scelta volontaria (come quella dei religiosi che è segno di amore radicale per Dio) ma obbligata (in un contesto nel quale questa scelta era considerata una mancata benedizione): perché egli deve intercedere per il popolo non più con le parole ma con la sua stessa vita, che diventerà tutta una gestualità. egli che non può più gridare con le parole, grida con la vita (si reca nella bottega di un vasaio che fa e rifà il suo vaso; si toglie la cintura e la nasconde dentro un torrente d’acqua; prende un mantello e lo straccia in molti pezzi). La sua gestualità diventa preghiera.
Geremia è timido per natura, è molto lontano dall’offrirsi volontario come Isaia; ma l’imperativo divino è al di sopra di tutti i suoi sentimenti naturali: “Io sono con te per proteggerti”.
Dio si assume la responsabilità di tutto quello che egli dirà: porrà sulle sue labbra quello che dovrà dire e gli darà la forza per dirlo. La responsabilità e l’onere della missione vengono sentiti però da Geremia come una violenza, il suo dramma non è solamente negli eventi ai quali ha partecipato, ma in lui stesso. Egli si sente lacerato dalla missione alla quale però sente di non potersi sottrarre.
Egli soffre e si pone tante domande, non sa più dov’è e invoca Dio con forza, sotto forma di lamentazione. Ma bisogna distinguere la lamentela dalle lamentazioni: la prima consiste nel prendercela con tutti e tutto ciò che ci sta attorno (come persone immature, come bambini capricciosi), mentre la seconda ci porta a riconoscere la nostra fragilità e povertà, a piangere davanti a Dio per la nostra debolezza ma nella preghiera. Il dolore è affidato a Dio nella preghiera.
 

Allora: dove trova Geremia la forza per continuare la missione?
* La relazione con Dio: “Non aver paura di fronte a loro, perché io sono con te per proteggerti” (Ger 1,8). Dio diventa l’unico sostegno, la fiducia di Geremia in Dio è totale, è di abbandono nelle sue mani.
* La consapevolezza della missione: Jahvé aveva ordinato! Geremia obbediva, che gli piacesse o no! Dio era la sua seduzione: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso” (Ger 20,7)!
* La Parola di Dio: Alimento quotidiano: “Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la delizia del mio cuore” (15,16). La Parola di Dio è come un fuoco, un fuoco che divora dal di dentro. La Parola di Dio frastorna e trasforma. La Parola di Dio è più forte di lui, di noi.

 

«La lotta è fra l’io che vuole adorare se stesso, lodandosi, amandosi, servendosi in luogo di Dio,

e Dio che vuole guadagnare l’uomo a forza d’amore, vincolarlo con lacci d’amore,

comunicarsi e assorbire l’uomo nella Divinità per amore» (beato Giacomo Alberione).
 

suor Tosca Ferrante, Suore Apostoline

 
   

 

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