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Maria
di Magdala: tutto
è grazia
Il
volto di Maria Maddalena è particolarmente misterioso perché
alla sua figura la tradizione ha riferito tre diversi volti
femminili: Maria di Magdala, la testimone della risurrezione,
che prima era stata liberata da Gesù da una forte potenza di
male (espressa attraverso i sette demoni); la seconda figura è
quella di Maria di Betania, sorella di Marta e Lazzaro, colei
che unge Gesù, lava i suoi piedi e li asciuga; la terza figura è
la peccatrice di cui si narra nel vangelo di Luca, che bagna i
piedi di Gesù e li asciuga con i suoi capelli. Si tratta di tre
figure distinte che nei secoli verranno fuse dalla tradizione
cristiana per esprimere un modello di conversione totale
al Maestro.
Nel cap. 20 di Giovanni è delineata, anche attraverso la figura
di Maria di Magdala, una pedagogia del vedere, scandita in 7
movimenti: Maria vede il sepolcro vuoto; arriva il discepolo
amato e si china e vede i teli; Simon Pietro entra e vede i teli
e il sudario; il discepolo amato entra, vede e crede; Maria vede
qualcuno che le chiede il perché del suo pianto; sempre Maria si
sente chiamare per nome, si volta e vede e riconosce il Risorto;
Maria va ad annunciare: ho visto il Signore!
Il verbo vedere ricorre con sfumature diverse: da un vedere
fisico ad un vedere razionale, ad un vedere cordiale, che porta
al
coinvolgimento del cuore.
La fede ci porta nella profondità dell’esperienza umana.
La figura di Maria di Magdala ci può aiutare ad esplorare
l’immenso mondo delle emozioni: esse non sono soltanto segno
della nostra fragilità, non ci sviano necessariamente dagli
ideali e dal vivere i valori, non ci portano a vivere
superficialmente… Possono invece essere – come nota Anna Bissi -
il battito della vita,
che fa pulsare con diversi ritmi le nostre giornate; possono
essere un arcobaleno; possono rendere il nostro vissuto vivace,
entusiasmante, attraente; ma anche, talvolta, faticoso,
spiacevole, angosciante, carico di domande…
Noi
facciamo fatica a vivere bene le nostre emozioni,
perché di solito ci spaventiamo di fronte alla loro potenza.
Così scatta in noi, senza volerlo, la difesa da esse: difesa che
le sposta nel profondo, le toglie dalla nostra consapevolezza,
soprattutto quelle emozioni che ci dànno fastidio (vedi
aggressività e ansia), oppure quelle che sono troppo intense.
Diverse sono le emozioni: noia, colpa, indifferenza,
aggressività, tristezza, nostalgia, tenerezza, gioia,
meraviglia, incanto (pensiamo allo sguardo di Maria quando si è
sentita chiamare per nome e, voltandosi, ha riconosciuto il
Maestro e, come ci ricorda sant’Ignazio di Loyola, ha
guardato, conosciuto, amato e seguito Gesù).
Questo nostro misterioso mondo interiore è una strada che ci
permette di cogliere delle sfumature, che la mente tende a
uniformare. Imparare a gestire il proprio mondo emotivo
significa superare la fatica di negarne l’esistenza, significa
esercitare su se stessi un sano autocontrollo, che favorisce un
equilibrio relazionale, significa imparare a riconoscerlo per
sintonizzarlo con i valori in cui si crede.
Il nostro cammino umano e spirituale è itinerario verso l’amore
maturo,
che accetta la solitudine e la sofferenza; che è capace di
ricevere oltre che di dare; che sa conciliare il mondo del
limite con i tanti e bei desideri che ci abitano; che sa vivere
le relazioni con un amore-dono, in sintonia con l’amore grande
di Dio; che si possiede, si conosce e perciò può donarsi in
tutta la sua bontà, bellezza e fragilità; che sa fare scelte
autonome e responsabili (in risposta ai valori in cui si crede)
ma che sa anche dipendere dagli altri, sa entrare in relazione,
sa coltivare la vita spirituale come ambito privilegiato in cui
Dio si rivela nella sua umanità e la condivide con noi.
«La libertà è la liberazione dalla tirannia dell’io centrato
su se stesso.
Essa si realizza nei momenti in cui la persona trascende se
stessa
come un atto di estasi spirituale, oltrepassa la cornice
delimitante delle preoccupazioni
che nascono dalla routine riflessiva.
La libertà presuppone la capacità del sacrificio. […]
Il significato della libertà presuppone un’apertura alla
trascendenza,
e l’uomo deve saper rispondere, prima di poter essere
responsabile.
La fedeltà alla libertà è un atto di fede».
(A.J. Heschel, Il canto della libertà, Qiqajon)
suor Tosca Ferrante, Suore
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