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"La vita è donare un modello"  -  Vocazione alla consacrazione laicale

                                                      di Gianfranco Basti

 

Il punto di partenza della cristologia – ovvero di quella branca della teologia dogmatica che studia la figura di Cristo – è lo studio dei cosiddetti titoli cristologici. Si tratta di quei titoli con cui la Bibbia stessa, e in particolare il Nuovo Testamento, definisce la figura di Gesù di Nazareth. È ovvio infatti che questi titoli riflettono la teologia su Cristo della Chiesa primitiva e in particolare quella degli apostoli stessi. Questi titoli forniscono così il paradigma su cui tutta la cristologia susseguente deve essere costruita. Ora, di tutti i titoli cristologici presenti nel Nuovo Testamento, quelli di maggiore rilevanza riguardano la figliolanza e dunque la natura di Cristo. Così, malgrado le apparenze, per una mentalità ebraica il titolo che meglio esprime la natura divina del Cristo, non è quello di Figlio di Dio, bensì il titolo di Figlio dell’uomo che si rifà alla tradizione apocalittica di considerare il Messia, il Figlio di Davide, come un essere umano che vive alla destra di Dio, a partire dal famoso capitolo 7 del libro di Daniele. In esso si parla del messia in questi termini, identificandolo subito dopo con il “popolo di santi”, aprendo in tal modo la strada a quella teologia del corpo mistico dovuta a un ex-rabbino raffinato quale era Paolo. Così, è opinione abbastanza diffusa fra gli esegeti che l’unico titolo messianico che Cristo, con ogni probabilità, si attribuiva era proprio quello di “figlio dell’uomo” per la duplice valenza umano-divina che aveva. Infatti, nel linguaggio comune, come per esempio ci testimonia il Salmo 8 (“che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi?”), “figlio dell’uomo” significa semplicemente “un uomo qualsiasi”. Dopo Daniele 7, però, questa dicitura era assurta a significare l’origine trascendente del messia atteso. Il passo stupendo di Gv 1,51 al termine del brano della chiamata dei primi discepoli, dove Cristo definisce se stesso come “figlio dell’uomo” e insieme come “scala di Giacobbe” (“Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo”), sintetizza perfettamente il nucleo di tutta la cristologia racchiusa in questo titolo. Cristo è la persona umano-divina che unisce il cielo e la terra, l’immanente al trascendente, il finito all’infinito, il visibile all’invisibile, diventando mediatore di tutte le grazie di Dio agli uomini e di tutti i sacrifici dall’uomo a Dio (cf. l’immagine degli angeli). Tutta la rivelazione del Nuovo Testamento si fonda dunque nel titolo “Figlio dell’uomo”, il resto è in qualche modo corollario.

Il modello dei figli

I titoli di figliolanza attribuiti a Gesù nei Vangeli non sono però solo quelli attribuitigli dalla comunità credente di “Figlio dell’uomo”, “Figlio di Dio”, “Figlio di Davide”. Per coloro che, come gli abitanti di Nazareth, non appartenevano alla comunità dei credenti e quindi non conoscevano il mistero della sua nascita, il Figlio dell’uomo, Gesù, era “il figlio di Giuseppe” (Lc 3,23), “il figlio del carpentiere” (Mt 13,55). Per tutti poi, vicini e lontani, credenti e non credenti, Gesù era “il figlio di Maria” (Mc 6,1-6).  Così, in un’epoca come la nostra, caratterizzata da un’incredulità di massa, non poteva sfuggire ai santi la centralità del mistero di Nazareth e l’importanza di questo tipo di testimonianza che Gesù ha dato di sé per oltre trent’anni, e che lo rendeva conosciuto e riconosciuto da tutti semplicemente come il “figlio del carpentiere” e il “figlio di Maria”.

 

“Delle tre vite che hai condotto, Cristo, la vita di Nazareth, la vita del deserto, la vita pubblica, quella di Nazareth è quella che conducesti per più lungo tempo… Quasi a mostrarci che delle tre vite ugualmente perfette e divine, è quella a cui ti piace di chiamare il maggior numero dei tuoi servitori (…) La tua vita era quella del modello dei figli, vivente tra un padre e una madre, poveri operai (…)

Gesù ci dice: “Che cos’è che io vi insegno? Che si può fare molto bene agli uomini, molto bene, un bene infinito, un bene divino, senza parola, senza sermoni, senza rumore, nel silenzio e col dare il buon esempio… Quale esempio? Quello della pietà, dei doveri verso Dio amorevolmente compiuti, della bontà verso tutti gli uomini, della tenerezza verso tutti quelli che ci circondano, dei doveri familiari santamente soddisfatti, della povertà, del lavoro, dell’abiezione, del raccoglimento, della solitudine, dell’oscurità di una vita nascosta in Dio (…)

Io vi insegno a vivere del lavoro delle vostre mani, per non essere a carico di nessuno e per avere qualcosa da dare ai poveri, e io do a questa vita una bellezza incomparabile, che non ha nessun’altra, se non la vita dell’operaio evangelico, quella della mia imitazione… Coloro che vivono della fatica delle proprie mani e coloro che, predicando il Vangelo, vivono di elemosine, mi imitano, e perciò questi due generi di vita hanno una bellezza incomparabile che nessun’altra mai eguaglierà: perché nulla potrebbe essere mai così bello come la mia imitazione” (Charles de Foucauld).

 

“Figlio del carpentiere”, “Figlio di Maria”, sintetizzano così i due capisaldi dell’ultima forma di vocazione di speciale consacrazione di cui dobbiamo parlare: la vocazione alla consacrazione laicale. È la vocazione ad essere consacrati vivendo completamente nel mondo come Maria. È la vocazione ad esercitare un apostolato preziosissimo “gridando il Vangelo con la vita” e non con la predicazione, attraverso un lavoro vissuto al massimo livello d’impegno e di serietà, per essere fermento nascosto nella massa. Portare Cristo alle persone, mediante la propria presenza, santificando così il luogo di lavoro. Portare le persone a Cristo, come la stella vi portò i magi, essendo profeta attraverso lo splendore gioioso della propria vita: “Le stelle brillano dalle loro vedette e gioiscono: Egli le chiama e risplendono ‘Eccoci’. E brillano di gioia per colui che le ha create” (Bar 3,34).

Testimoni con la vita

Si tratta della testimonianza di una vita di lavoro serio, silenzioso, efficace, impegnato, vissuto nella solidarietà e nella dedizione ai colleghi e alle persone che usufruiscono del nostro lavoro. Una testimonianza mirata a creare comunione e a comunicare valori, quelli del senso di responsabilità, dello spirito di servizio e di sacrificio, dell’efficienza, della dedizione, specialmente lì dove regna l’arrivismo, l’irresponsabilità, la logica del profitto, l’assenza di scrupoli, la menzogna, l’ingiustizia, il pressappochismo… Si tratta di una testimonianza dura, che dà assai poca soddisfazione, certamente molta di meno di quanta ne dà il servizio diretto alle persone in compiti di carità e di evangelizzazione diretta ed esplicita.

Eppure è una testimonianza essenziale. È quella della preevangelizzazione, come amava definirla Fratel Carlo di Gesù, il grande profeta di questa forma di testimonianza silenziosa. Per la struttura della nostra società e della Chiesa stessa, infatti, troppo spesso accade che molti, troppi uomini di buona volontà, si trovano – e non certo soltanto per loro responsabilità – in uno stato di “impermeabilizzazione” ai valori evangelici. Non di rado queste persone sono tra i migliori e le più oneste nella società civile. Sono coloro che a diversi livelli di responsabilità e di realizzazione professionale, dai gradi socialmente più bassi del lavoro manuale, a quelli più alti delle maggiori responsabilità sociali, civili, educative, economiche, politiche e giuridiche, di fatto sono le forze vive, trainanti della società. Eppure, malgrado il loro status di “uomini di buona volontà” li renda i primi destinatari dell’annuncio evangelico fin dalla grotta di Betlemme, il cristianesimo non sembra toccarli affatto. Esso sembra loro esclusivamente legato a compiti di assistenza, di educazione, di culto, d’insegnamento morale, troppo distante da quegli impegni gravosi, familiari e professionali che riempiono le loro giornate. La testimonianza umile e silenziosa di cristianesimo vissuto nella quotidianità, come colleghi e compagni di lavoro che non si possano non stimare, innanzitutto per la serietà del loro impegno, diviene così l’unico modo per rendere Cristo vicino a queste persone.

Consacrati nel mondo

Tutt’altro che una forma di ripiego per potenziali religiosi che non hanno il coraggio di scelte radicali è, dunque, la vocazione del laico consacrato. Proprio per questa sua rilevanza nel mondo d’oggi ed insieme per la sua difficoltà, si sono moltiplicati in questi ultimi decenni gli istituti secolari, che riuniscono sotto il segno di diverse spiritualità i laici consacrati, in forme di comunione compatibili con la propria vita di laici impegnati a tempo pieno nel mondo. Sebbene, infatti, la consacrazione privata nelle mani di un direttore spirituale sia sempre stata e lo sia tutt’ora una forma valida di consacrazione nella Chiesa, nondimeno gli istituti secolari rispondono ad una precisa necessità di dimensione comunitaria di vita e di appartenenza, indispensabile all’autenticità della vita di ogni consacrato e prima ancora, mi si permetta, di ogni essere umano. Sarebbe tragico infatti illudersi in un campo delicato come questo. Soprattutto oggi, dove le spinte sociali, economiche e culturali ad una vita “single” sono fortissime, in particolare verso l’universo femminile, guai a sublimare questa spinta all’autonomia ed alla deresponsabilizzazione con forme di pseudo-consacrazione, magari “arricchite” di una sequela indefinita di titoli di studio a carattere religioso e di una collezione di esperienze in gruppi di varia natura.

Un laico onesto che ha famiglia, pur non pronunciando i tre voti, vive molto spesso di fatto un impegno durissimo di “povertà”, di “obbedienza” e di “castità”, nelle rinunce economiche continue, nell’accoglienza dell’altro nella persona del coniuge, dei figli, del resto della famiglia, dei superiori sul lavoro, nell’ascesi del quotidiano, nella vita matrimoniale. Allo stesso tempo queste responsabilità che egli si assume vengono ripagate da un radicamento affettivo e da un arricchimento di umanità e di rapporti che fanno la bellezza e la dignità della vocazione laicale matrimoniale. E per il consacrato laico?

È il radicamento ecclesiale, attraverso l’appartenenza all’istituto secolare e, più di recente, attraverso l’appartenenza ad istituti di vita consacrata diocesana sotto la diretta responsabilità del vescovo, che risponde a questa esigenza di completezza della dimensione comunitaria nella vita consacrata laicale. Dover rendere conto ad un fratello delle proprie disponibilità economiche e dell’effettiva destinazione ai poveri del superfluo; doversi confrontare con lui sulle proprie scelte di vita, anche professionali; vivere l’ascesi della castità non solo nell’indispensabile impegno personale con Cristo, ma nella gioia e nelle responsabilità dell’appartenenza ad una famiglia spirituale di fratelli che condividono gli stessi ideali, pur nella molteplicità di esperienze diversissime; queste tre dimensioni costituiscono la struttura nascosta, ma indispensabile della vita del consacrato laico. Sono il suo modo, assai diverso da quello del religioso e del laico sposato, di vivere i tre consigli di povertà, obbedienza, castità.

È questa struttura che arricchisce, cura e rende autentica l’indispensabile dimensione interiore della vita di preghiera in cui il laico consacrato gusta la gioia del quotidiano dono della vita a Cristo e alla Chiesa per i fratelli. È questa struttura che dà solidità e garanzia di durata a un impegno di consacrazione, difficile, ma certamente essenziale alla Chiesa e alla società. È ancora Charles de Foucauld a sottolinearci l’esigenza indilazionabile per la Chiesa di questa dimensione essenziale dell’imitazione di Cristo, Modello Unico di ogni consacrazione, cui la testimonianza del consacrato nel mondo dà una risposta:

“Ci hai messo solo tre anni a insegnare la verità al mondo, o mio Dio, a fondare la tua Chiesa, a formare i tuoi apostoli; ma hai giudicato che non fosse troppo consacrarne trenta a predicare agli uomini l’esempio dell’umiltà, dell’abbassamento, della vita nascosta”.

 

(da "Se vuoi")

 

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