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domande
poste a Leonardo D'Ascenzo
Educatore del
Seminario Regionale di Anagni
Come si arriva ad ascoltare la
voce di Dio per potergli rispondere?
Rispondo volentieri a queste domande facendo riferimento alla
mia esperienza di educatore nell’Anno Propedeutico (anno di
discernimento vocazionale che precede il cammino formativo in
seminario). Questa esperienza mi ha permesso di accogliere e
accompagnare molti giovani e di conoscere le loro storie
vocazionali.
Per quanto riguarda questa prima domanda, direi che non c’è
altro da fare che ben disporci (è l’atteggiamento più importante
in una storia che voglia essere vocazionalmente vera e bella) a
quanto il Signore, nella sua libertà e nel suo piano misterioso,
vuole proporci. Ben disporci al Signore che vuole incontrarci
per costruire, insieme con noi, il nostro (di Dio e dell’uomo)
progetto di vita.
È certo che Dio ci parla, ed è altrettanto certo che non gli
mancano i modi per farsi sentire: la Parola; la mia storia; la
mia persona; il contesto ecclesiale e sociale, con i suoi
messaggi e le sue richieste, nel quale vivo; la preghiera…
Dovremmo maturare la capacità di saper “leggere” tutto questo, e
prima ancora la capacità di metterlo in ordine per cogliere se
c’è “posta per noi”, magari accompagnati da una persona capace
che potrebbe darci una mano da questo punto di vista.
Un detto popolare dice: non c’è sordo peggiore del sordo del
compare: capisce quello che gli pare! Se ci mettiamo di fronte a
quelle modalità che il Signore ordinariamente utilizza per
parlare, volete che non ci dicano nulla?! Scommettete che, se ci
confrontiamo in modo orante e costante con queste realtà,
qualcosa o Qualcuno si sente? O siamo sordi del compare?
Vorrei comunicarvi un semplice messaggio: ascoltare la voce di
Dio non è una cosa dell’altro mondo. Certo, in qualche modo
dell’altro mondo lo è, nel senso che questa “voce” proviene da
Dio, la chiamata ha un’origine divina. Però, il nostro Dio è un
Dio incarnato, in Gesù ha assunto un volto, una voce, ha scelto
di abitare questo mondo e quando vuole parlarci non si mette a
fare il sofisticato: è capace di venirci incontro, di farsi
sentire e di farci capire.
In riferimento a queste poche battute, direi che gli
atteggiamenti da coltivare in noi per ascoltare la voce di Dio
sono soprattutto: buona disposizione, discernimento, preghiera
e… costanza.
Quali sono i segni per riconoscere la vocazione del prete?
Quali motivazioni la sostengono?
Potrei fare un lungo elenco di questi segni che andrebbe anche
bene per tutti… ma, proprio per questo, non andrebbe poi bene
per ciascuno. A ognuno il Signore parla con alcuni segni
piuttosto che altri. A ognuno il compito di leggere-discernere
nella Parola di Dio, nei fatti ordinari o negli eventi
“straordinari”, nei messaggi inviati dal proprio cuore… un
appello rivolto alla propria persona. Ma non voglio sottrarmi
alla domanda, e richiamo alcuni elementi che, più di altri, dai
giovani che ho incontrato sono stati considerati i segni
attraverso i quali il Signore “si è fatto sentire”: «fin da
bambino sentivo il desiderio di diventare sacerdote; dopo aver
partecipato a quell’esperienza (un campo scuola vocazionale, un
incontro di preghiera…) ho sentito una propensione per la vita
del prete; la conoscenza e la testimonianza di quel sacerdote,
per il suo modo di vivere, per le sue caratteristiche…, mi ha
portato a domandarmi: e se anche io diventassi prete?;
all’interno di quell’esperienza di servizio (oratorio,
catechesi, volontariato…) è maturato gradualmente il desiderio
di continuare a vivere il servizio in uno stato di vita qual è
quello del sacerdote; l’appartenenza al gruppo dei ministranti
della parrocchia, la “vicinanza” all’altare mi hanno fatto
sentire chiamato a spezzare il pane per il popolo di Dio».
Va da sé che questi segni, per quanto possano essere chiari, non
si impongono mai in modo obbligante, ma rimandano sempre alla
responsabilità del singolo che, davanti a tutto ciò, deve alla
fine porsi questa domanda: e io, cosa decido di fare?
La risposta a questa domanda, per essere autentica, dovrebbe
portarci a vivere alla maniera di chi è “fuori di sé”. Proprio
così, vivere “fuori di sé” (ecco il discorso sulle motivazioni
che sintetizzo e teorizzo, per farla breve, nel modo seguente),
in altre parole: porre il centro della nostra vita in Dio, nel
servizio verso il prossimo, da vivere nella sequela di Gesù
attraverso il servizio presbiterale.
Il “per sempre”, che fa paura in ogni vocazione, il prete
come lo affronta?
Ma perché questo “per sempre” dovrebbe fare così paura!? Già,
perché? Non voglio addentrarmi nella ricerca e
nell’approfondimento dei timori che potrebbero nascere quando ci
si rapporta ad una scelta, come quella vocazionale, che ha la
caratteristica di essere unica e di durare per tutta la vita
(non ce la farò mai; è un impegno troppo grande per me; mi sento
inadeguato; e se dovessi cambiare idea?). Semplicemente, mi
viene da fare questo ragionamento: quando una persona si
innamora di qualcuno, le domande che passano per la mente sono
di questo tipo: ma durerà per sempre? E se finisse? L’accento è
posto soprattutto sul timore che quella esperienza possa ad un
certo punto finire e non sul fatto che il per sempre sia un peso
troppo forte da portare. In altre parole, chi è innamorato vive
un’esperienza così bella che vorrebbe non finisse mai. La
possibilità che duri per sempre non lo preoccupa, anzi… La sua
preoccupazione è che possa finire e non che duri per sempre.
Quando l’angelo Gabriele annuncia a Maria che sarebbe diventata
la mamma del Figlio dell’Altissimo, il quale avrebbe regnato
“per sempre” sulla casa di Giacobbe, questa giovane ragazza
rimane turbata di fronte al saluto dell’angelo e domanda come
sarebbe stato possibile, dal momento che non conosceva uomo (in
un cammino vocazionale non mancano fatiche, oscurità,
incertezze…), ma in risposta alla chiamata dice: “eccomi, sono
la serva del Signore” (traducendo un po’ liberamente in
italiano, ma in un modo più vicino al senso del testo originale,
si potrebbe continuare nel modo seguente) …magari avvenga di me
quello che hai detto, sono contenta, non vedo l’ora che ciò
avvenga…: dov’è la paura?
Ogni vocazione è una storia d’amore, che inizia da un
innamoramento. Dove c’è amore può anche esserci fatica,
sofferenza e perfino crisi, ma la paura del “per sempre” no.
Anche per il prete, come del resto per ogni altra vocazione,
succede così. Restare sempre innamorati del Signore e della
vocazione alla quale ci chiama è il vero modo per vivere con
gioia - altro che paura - il “per sempre”.
Per approfondire:
CENCINI A., Dio della mia vita. Discernere l’azione divina
nella storia personale, Paoline
CENCINI A., Vangelo giovane. Briciole di catechesi sulla
vocazione, Editrice Rogate
RUGGERI G., Il grano e la pula. Itinerario per giovani sul
discernimento spirituale, Paoline.
dalla rivista Se vuoi 3/2007
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