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domande
poste a
Italo Castellani
Vescovo di Lucca
Quali sfide la società di oggi
pone al prete?
Ritengo che dobbiamo registrare, con serenità e ad un tempo con
realismo, ma anche con grande speranza, alcuni dati di fatto che
costituiscono una sfida all’annuncio del Vangelo, e mettono alla
prova anche la vocazione e la missione del prete di oggi.
Una prima sfida è inscritta nella vocazione stessa del prete:
un’autenticità di vita e fedeltà al Vangelo che, oggi più che
mai, non può essere elusa. A ciò si aggiunga la ‘verità’ della
sua missione che è data, senza alcuna possibilità di sconti, da
una testimonianza feriale del Vangelo fatta di relazioni
accoglienti, fraterne, gratuite; e dalla testimonianza di una
fede in Gesù Cristo, semplice e pura senza orpelli, che quasi
deve trasparire dai pori della sua pelle…
Inoltre, il secolarismo strisciante da alcuni anni, una società
multirazziale e multireligiosa di giorno in giorno avanzante,
una cultura con evidenti segni ‘non cristiani’ ecc., hanno
vanificato il ruolo del prete come appartenente ad uno status
sociale significativo, e hanno ridimensionato quell’alone di
sacralità e di privilegio sociale che aveva in un recente
passato: queste sfide hanno messo in crisi anche il suo
ministero, soprattutto quando percepito dal presbitero stesso o
dalla gente come “ministro del sacro” tout court.
Queste sfide sociali e culturali, ad un tempo, stanno oggi
purificando e facendo emergere sempre più nitida la vocazione e
missione evangelica del prete ‘buon pastore’ e guida spirituale:
in una comunità cristiana che, con un chiaro richiamo alle prime
comunità cristiane, si costituisce essenzialmente attorno alla
fede nel Cristo Risorto, alla mensa della sua Parola,
dell’Eucaristia e della Carità.
Una cultura e una società, quelle contemporanee, in cui ci
troviamo grazie a Dio oggi a vivere, obbligano tutti – credenti,
preti e comunità cristiane – ad essere ‘cristiani senza sconto’.
Ed ecco la grande affascinante prospettiva della vocazione e
della missione del presbitero oggi – provocata certo dalle sfide
d’oggi da accogliere e leggere come ‘veri segni dei tempi’ – in
una comunità cristiana che si costruisce nelle relazioni
quotidiane, intessendo rapporti interpersonali e comunitari
fondati essenzialmente sul Vangelo.
Un prete chiamato, in un forte rapporto con la Parola di Dio, a
fare sintesi del suo ministero stando ‘in chiesa’, per il
servizio della preghiera personale, liturgica e la celebrazione
dei segni della salvezza per e con la comunità; stando ‘sul
sagrato della chiesa’, cioè di-sponibile ad un discernimento
comunitario dei bisogni della gente; stando ‘sulla piazza e
sulle strade’, tra la gente, per coinvolgersi insieme alla
‘comunità eucaristica’ – fatta da coloro che si riuniscono nell’
Eucaristia domenicale –, nella risposta ai bisogni materiali e
spirituali dell’uomo d’oggi. Nell’incontro aperto e nel paziente
dialogo con ogni persona che vive sul territorio: come
presbiteri, insieme alle loro comunità, non ripiegati su se
stessi o chiusi dentro le cosiddette ‘nostre’ case, ma attenti
ai problemi dell’umanità (pace, giustizia, dialogo
interreligioso), chiamati oggi a rendere più che mai ragione
della propria speranza cristiana e a offrire una parola di
verità in risposta ai grandi problemi che travagliano il mondo
contemporaneo.
Si sentono pareri contrastanti sul celibato dei preti…
Questo tema di vita evangelica, profondo e affascinante ad un
tempo, nell’opinione pubblica e all’interno della stessa
comunità cristiana – spesso è ridotto molto superficialmente
alla questione ‘matrimonio da dare ai preti’ o meno, e la
riflessione non va oltre.
Ritengo che è necessario, per cogliere in profondità la bellezza
di vita della scelta celibataria “per il regno dei cieli” (Mt
19,12), entrare dentro il dibattito con la ‘chiave’ giusta.
Ovvero, è necessario prendere atto della novità teologica e
spirituale proposta soprattutto negli ultimi decenni dal
Magistero ecclesiale riguardo al celibato del prete: non va
visto a sé stante, come mera rinuncia, ad esercitare la
sessualità e l’affettività, ma legato ai ‘consigli evangelici di
obbedienza, castità e povertà’.
Per cui il celibato comporta per il prete la ‘condizione di
assiduità con Dio’, in un ascolto orante della Parola di Dio; è
situazione adatta alla profezia, nel senso di accogliere la
Parola di Dio, quindi poterla annunciare come profeta; mostra il
valore escatologico, cioè la vita di chi si fa discepolo del
Signore vissuta nell’orizzonte del “regno dei cieli”, che è la
Persona stessa di Gesù, in lui il regno dei cieli si è fatto
presente ed è stato manifestato dalle sue parole e dalle sue
azioni.
In questa prospettiva la scelta del celibato non è volta a
realizzare la perfezione individuale, e nemmeno a realizzare
come un valore assoluto la rinuncia alla sessualità, ma è colta
all’interno di tutta una vita che viene donata. Come sottolinea
Enzo Bianchi, priore della Comunità monastica di Bose: «Il
celibato è la modalità di attuazione dell’amore di Dio con tutto
il cuore, con tutte le forze, con tutta l’anima, con tutta la
mente, e del prossimo come se stessi, che si dischiude ad alcuni
nell’incontro con il Cristo, nell’impatto
con la radicalità e la bellezza dell’Evangelo… Per essere
veramente evangelico, il celibato deve essere accompagnato da
quelle dimensioni delle beatitudini di tutta la sequela che
completano la configurazione evangelica di un’esistenza che si
apre alla signoria di Dio: spossesso di sé, povertà, obbedienza,
accettazione dell’altro, misericordia».
Se così inteso il celibato del prete è un vero dono per la
Chiesa e per tutta l’umanità, nonché un ‘segno’ molto bello
anche per la castità degli sposi cristiani.
Che relazione c’è tra la vocazione del prete e le altre
vocazioni?
Mettiamo anche a questo proposito un punto fermo: nella comunità
ecclesiale la “vocazione al presbiterato” non è la “vocazione di
serie A” e le altre – matrimonio, diaconato, consacrazione –
vocazioni da considerare di “serie B”. Qual è la specificità, e
se si vuole la necessità, per la sopravvivenza della Chiesa
stessa, della vocazione al presbiterato? Su chiamata e mandato
di Dio con il sacramento dell’Ordine Sacro, il presbitero è
abilitato a dare continuità – nel tempo degli uomini e nella
vita della Chiesa – al gesto di Gesù “Prendete e mangiate… Fate
questo in memoria di me”. Come dire che, senza il presbitero,
non c’è l’Eucaristia!; …senza il presbitero non c’è la Chiesa;
…senza il presbitero non sono possibili nemmeno le altre
vocazioni! Mi spiego, il presbitero assicura quindi alla Chiesa
il dono dell’Eucaristia: sorgente e nutrimento di tutte le
vocazioni nella comunità ecclesiale. Una Chiesa ‘tutta
ministeriale’ – ove “ciascuno ha un dono per il bene di tutti”
–; e dal ‘volto missionario’ – ove ciascuno in grazia della
vocazione battesimale è chiamato alla responsabilità dell’
“annuncio del Vangelo” (Mc 16,15) – apre naturalmente il prete a
relazioni nuove ed accoglienti verso tutte le altre vocazioni.
In particolare, il presbitero è chiamato a nutrirle, amarle e
valorizzarle come vero dono di Dio alla Chiesa e al mondo.
In questo senso la vocazione e il ministero presbiterale
emergono sempre più nella loro caratteristica di
presidenza-guida della comunità cristiana e, in essa, di
accompagnamento spirituale di tutte le altre vocazioni.
dalla rivista Se vuoi 3/2007
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