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di Fabio
Ciardi

Ecco un'altra vocazione particolare.
Per comprenderla bisogna riandare all'ultima sera che Gesù
ha passato con i suoi discepoli (cf. Gv cc. 13-17). Aveva desiderato
ardentemente vivere quel momento con loro. Li aveva amati fin dal
primo momento in cui li aveva incontrati. Anzi da tutta l'eternità.
Ma quella sera il suo amore per loro avrebbe raggiunto la misura
estrema.
Appena si furono messi a tavola si alzò e cominciò a lavare
i piedi di ciascuno di loro. Lui era il Maestro, il Signore. I
discepoli avrebbero dovuto lavare i piedi a lui e servirlo. E invece
è lui che si mette a servire. Era venuto dal Cielo sulla
terra proprio per questo. In quel gesto- lavare i piedi ai Dodici- è
racchiuso, come in una parabola, il senso della missione di Gesù.
Il Padre gli aveva affidato il compito di radunare tutti i
suoi figli. Il peccato li aveva disuniti, mettendoli l'uno contro
l'altro. Si erano ribellati a Dio ed essendosi dimenticati di avere
un Padre si erano dimenticati di essere fratelli e sorelle. Ora, in
quell'ultima cena, Gesù dice apertamente quale è il senso della sua
venuta tra noi: fare in modo che tutti possano essere "uno". Ossia
ricomporre l'unità della famiglia umana attorno all'unico Padre.
Rendere partecipi tutti noi di quella comunione profonda d'amore che
caratterizza la vita di Dio, così che anche noi possiamo diventare
una cosa sola tra di noi e con Dio, come il Padre, il Figlio, lo
Spirito Santo sono una cosa sola tra di loro, un unico Amore.
Lavando i piedi ai suoi discepoli Gesù vuol spiegare la
tattica che egli usa per compiere questa sua missione. Non intende
impiegare la forza e neppure esercitare una autorità dispotica o la
violenza del potere. Siccome l'unità che vuole costruire è quella
che nasce dall'amore reciproco dell'uno per l'altro, da sincero dono
di sé, egli la attualizza amando per primo e insegnandoci cos'è e
come si vive l'amore. Con quel gesto si pone sotto tutti, a
servizio di ognuno. Raggiunge ogni persona là dove si trova.
Condivide il suo dolore, la sua solitudine, la sua miseria. Si china
su di lei come ha fatto il buon samaritano con l'uomo ferito; la
prende sulle spalle come ha fatto il pastore con la pecora
smarrita…E' così che compie la sua missione di fare di tutti uno.
Servire tutti
stando sotto tutti
In quel gesto-lavare i piedi ai Dodici- è racchiuso il
senso della missione che Gesù affida ai Dodici. Non si accontenta di
lavare loro i piedi. Vuole che essi facciano altrettanto, così da
continuare la sua missione. Riandando a quella sera si comprende
così il senso del sacerdozio, un'altra delle vocazioni a cui Cristo
può chiamare. In quella sera infatti Gesù ha affidato una missione
particolare ai suoi discepoli: essere sacerdoti come lui,
sacerdoti in lui. Egli ha appena mostrato il senso più profondo del
proprio sacerdozio: mettersi a servizio dell'umanità dando la
vita. Anche loro, come lui, dovranno "lavare i piedi", ossia
andare incontro ad ogni persona, con amore concreto, e mettersi a
servizio della comunità cristiana e dell'intera umanità.
Guardando a quel gesto di Gesù si comprende la "carità
pastorale" che deve caratterizzare il sacerdote. Come Gesù egli è
chiamato ad essere pastore buono, che dà la vita per il suo
gregge. Ecco come ne ha parlato Giovanni Paolo II nella sua lettera
sulla formazione sacerdotale: "Il contenuto essenziale della carità
pastorale è il dono di sé, il totale dono di sé alla Chiesa, ad
immagine e in condivisione con il dono di Cristo… Cristo ha amato la
Chiesa e ha dato sé stesso per lei; così dev'essere il sacerdote.
Con la carità pastorale… il sacerdote… è in grado di fare di questo
una scelta di amore, per cui la Chiesa e le anime diventano il suo
interesse principale e, con tale spiritualità concreta, diventa
capace di amare la Chiesa universale e quella porzione di essa, che
gli è affidata, con tutto lo slancio di uno sposo verso la sposa" (Pastores
dabo vobis, 25).
Comprendi allora la bellezza di una vita tutta donata per
la propria gente! Il sacerdote, nella porzione di Chiesa che gli è
affidata, come ad esempio la parrocchia, è chiamato ad essere
accanto ad ogni persona con amore concreto così da portare tutti a
Dio. E si comprende come i sacerdoti, tra l'altro, abbiano dato vita
a tantissime iniziative sociali di aiuto ai poveri, a quanti sono
nel bisogno, ai soli, ai drogati… Tutti possono bussare alla loro
porta.
Guardando al suo modello, a Gesù che lava i piedi, il
sacerdote vuole essere a servizio di tutti, all'ultimo posto e,
stando sotto a tutti, arrivare a ciascuno, guidare tutti verso
l'unità di un solo gregge e un solo Pastore. Egli vuole conoscere
tutti, così come il pastore conosce le sue pecore ad una ad una ed
esse conoscono lui (cf. Gv 10). Non è lui il padrone del gregge, ma
è a suo servizio. Per questo forma e aiuta i laici perché possano
prendere in mano con responsabilità la vita della Chiesa e della
società. Rispetta e cura i differenti gruppi, le associazioni, i
movimenti, anzi li promuove perché la Chiesa sia sempre più bella
nella varietà dei suoi carismi.
I sacerdoti, dice in sintesi il Concilio, "riuniscono la
famiglia dei figli di Dio come fraternità animata dall'unità e la
conducono al Padre per mezzo di Cristo e dello Spirito Santo" (PO6).
Dare Dio
Quella sera Gesù compie anche un altro gesto carico di
significato. Spezza il pane e lo dà loro da mangiare. Prende il
calice del vino e lo fa passare tra loro perché ne bevano. Quel
pane, così egli afferma, è il suo Corpo donato; quel calice è il suo
Sangue versato. Il Figlio di Dio si fa cibo che noi mangiamo.
Donandosi totalmente a noi, ci assume nella sua vita. Facendosi noi,
ci trasforma in Lui.
Nell'Eucaristia egli si dona totalmente a noi, ma oltre
all'Eucaristia vuole darci ancora qualcosa. Quella sera egli
vuole donare anche questo atto del dono, questo suo potere di
darci Dio. Infatti in quell'Ultima Cena affida ai suoi amici, gli
apostoli, il compito di donare l'Eucaristia: "Fate voi, per la
Chiesa, fate voi, per la comunità, quello che io ho fatto. Io mi
dono a voi in modo che voi stessi possiate diventare il gesto vivo e
continuo del mio donare. Agite in mia persona, agite in modo che
io stesso agisca in voi". Il sacerdote è, per così dire, il punto
estremo dello spogliamento che Gesù ha fatto di se stesso: è come la
mano di Cristo che ci offre, nel pane, Cristo stesso.
Gesù sacerdote si identifica con ogni sacerdote e lo rende
un altro se stesso. Il sacerdote è Cristo. Per questo ogni giorno
egli può ripetere il gesto di Cristo che si dona da mangiare in modo
che ogni cristiano possa essere un altro Cristo. E' il compito che
Gesù ha dato ai suoi: il compito di santificare, ossia di mettere in
comunione con Dio, con il Santo. "Dio, il quale solo è Santo e
Santificatore –leggiamo ancora nel Concilio- ha voluto assumere
degli uomini come soci e collaboratori, perché servano umilmente
nell'opera di santificazione" (PO 5).
Qui si rivela tutta la grandezza del ministero
sacerdotale:essere chiamati da Cristo a diventare suoi
collaboratori. Lui affida loro il compito di battezzare, di
perdonare i peccati, di fare e donare l'Eucaristia. Attraverso i
suoi sacerdoti Gesù continua a passare in mezzo alla gente e fa del
bene a tutti. Attraverso di loro Egli continua ad essere la Vita: dà
la vita nel Battesimo, guarisce nella confessione, nutre e dà
pienezza di vita nell'Eucaristia. Ed ogni sacerdote dice: "io" ti
battezzo, "io" ti assolvo, questo è il "mio" corpo, il "mio" sangue.
Non dice Cristo ti battezza, ti assolve, ti dà il suo corpo e il suo
sangue. Cristo lo ha identificato a sé ed è Cristo che agisce
quando il sacerdote agisce per dare la vita.
Custodire e
annunciare il Vangelo
Quella sera dopo aver lavato i piedi e dopo aver consegnato
l'Eucaristia Gesù diede ai suoi apostoli anche la sua Parola. "Le
parole che tu hai dato a me- disse rivolgendosi al Padre- io le ho
date a loro" (Gv 17,8).
Le parole di Gesù erano parole di verità. Era venuto per
svelarci la verità ed aveva percorso le vie della Palestina per
annunciare la buona novella, la straordinaria notizia che abbiamo un
Padre che ci ama. Una verità che fa liberi perché fa figli di Dio.
Le parole di Gesù erano parole di vita eterna: comunicavano la
realtà nuova che annunciava.
Gesù è la Parola, il Dio Verbo fatto uomo e quindi quando
parla non dice delle parole ma, attraverso le parole,
comunica la sua realtà più intima: dice il suo essere Parola,
Verbo, il suo essere Dio.
Egli affida ai sacerdoti questa sua parola che dà vita;
affida nuovamente se stesso, come nell'Eucaristia. Ad essi, che
hanno accolto la sua parola e la vivono, egli dice: "Andate nel
mondo intero e annunciate il Vangelo ad ogni creatura" (Mc
16,15).
Ecco un altro aspetto della vocazione del sacerdote:
custodire e vivere il Vangelo e donarlo, nutrire con esso tutto il
gregge che gli è affidato. Egli si ritrova in mano un talento
formidabile da far fruttare : la parola di Gesù, il Vangelo. Nel suo
cuore nasce l'ansia di comunicare a tutti la novità evangelica: Guai
a me, dice con s. Paolo, se non annuncio il Vangelo! Ed è proprio
col Vangelo che costruisce la comunità cristiana: " Gli apostoli
annunciavano la parola di verità- scrive s. Agostino- e generavano
le Chiese".
Ricordo l'emozione profonda, il senso di confusione, la
gioia intima di una notte di preghiera davanti a Gesù Eucaristia,
quando compresi, in modo nuovo, quello che era avvenuto in me. Ero
sacerdote già da 3 anni. Eppure quella notte, per la prima volta, mi
accorgevo di essere un "presbitero", un "anziano". E' questo il nome
che nel Nuovo Testamento spesso viene dato al sacerdote. Avevo 30
anni ma mi rendevo conto che ero un "anziano", perché Cristo aveva
messo nelle mie mani tutto se stesso. Mi aveva affidato in consegna
la sua Parola, il suo Corpo che nutre la Chiesa, il suo Sangue che
lava i peccati… Mi vedevo inserito in una successione ininterrotta
di uomini che avevano custodito il tesoro della Chiesa e con esso
avevano nutrito l'umanità…Mi sono sentito servo della Chiesa
nella sua realtà più profonda di mistero, comunione, missione…
E' una vocazione che vale la pena d'essere vissuta. Una
vocazione pienamente ecclesiale, non da uomo solitario. Non per
niente in quell'ultima sera Gesù non solo lava i piedi e compie
l'Eucaristia e affida la Parola. Ai suoi discepoli dava anche il
comandamento nuovo dell'amore reciproco, dicendo loro che avrebbero
dovuto amarsi l'un l'altro come lui li amava. Il vescovo e tutti i
sacerdoti sono tra loro legati da questo amore reciproco e formano
una comunità sacerdotale.
Vivere Cristo
Se questo è il sacerdote –ed ho appena accennato a qualche
tratto della sua vocazione- allora egli potrà essere sacerdote
soltanto se abita nell'intimo di Cristo, unito totalmente alla sua
vita e al suo amore; e se, per questa sua unione, anch'egli diventa
servo di tutti, obbediente, povero, casto. Quando il sacerdote dice
"io", deve immedesimarsi con l'io di Cristo, perché Cristo stesso
vuol dire "io" in lui.
Se comprendiamo il sacerdote alla luce di questo mistero
centrale, che è il mistero di Cristo, allora comprendiamo anche che
il ministero sacerdotale non è soltanto qualcosa di funzionale. La
sua esistenza non può essere motivata da una distribuzione delle
varie funzioni dentro la comunità. Il suo essere è ancorato al
mandato ricevuto: viene dunque da Gesù Cristo tramite il carattere
sacramentale.
Nessun'altra parola riuscirà ad esprimere così bene
l'esistenza sacerdotale come quella di s. Paolo: "Non sono più io
che vivo, ma E' CRISTO CHE VIVE IN ME" (Gal 2,20). "Il mio
io-ha scritto un grande sacerdote del nostro tempo, Klaus
Hemmerle, facendosi eco di Paolo- appartiene a Gesù Cristo.
Morire ogni attimo di nuovo in Lui, in modo che Egli possa vivere in
me: questo è il vero modo di trovare se stessi, di realizzare se
stessi… Gli atti sacramentali del ministero sacerdotale diverranno
testimonianza nella misura in cui il sacerdote corrisponderà con
tutta la sua vita a quegli atti. Quanto più profondamente il
sacerdote vivrà il suo cristianesimo, il suo battesimo, tanto più
risplenderà in lui Cristo Sacerdote. Di qui si vede quale grande
significato abbia il celibato sacerdotale e quanto esso porti a
vivere totalmente secondo lo spirito dei consigli evangelici, anche
della povertà e dell'obbedienza. Non dovrà più vivere nel sacerdote
altro che Gesù Cristo. Il sacerdote dovrà donarsi completamente a
Lui".
(da "Se vuoi")
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