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"La vita è donare Cristo" - Vocazione al sacerdozio

                                                      di Gianfranco Basti

 

Un antico racconto dei Padri del deserto dice:

"Conoscete la storia del fabbro che voleva diventare indipendente? Comprò un'incudine, un martello, un mantice e si mise a lavorare. Ma invano: la fucina restava ferma. Allora un vecchio fabbro dal quale era andato a chiedere consiglio, gli disse: 'Tu hai tutto ciò di cui hai bisogno, salvo la scintilla".

È questa scintilla che Cristo è venuto a portare nel mondo e che lo Spirito conserva vivente nei nostri cuori.

Il Signore Gesù, in uno dei momenti più belli del Vangelo, di quelli che aprono uno squarcio di luce sul mistero del suo cuore, subito dopo aver spiegato a Pietro e agli Apostoli quale sarebbe stato il loro servizio specifico all’interno della comunità, esclamava: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C'è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!” (Lc 12,49-50).

Davvero, tutta la missione di Cristo nella sua essenzialità, nel desiderio più profondo del suo cuore non poteva riassumersi meglio. Tutta la sua vita, la sua persona, il suo agire, ogni parola, ogni suo gesto non aveva che un solo scopo: portare il fuoco sulla terra! Un fuoco d’amore che non si sarebbe mai spento, come e più del roveto ardente di Mosè. Se provassimo ad entrare un attimo nella mente di Gesù in quel momento, mentre  pronunciava quelle parole, egli stava certamente contemplando, in maniera misteriosa, quali meravigliosi effetti avrebbe avuto la sua vita qui sulla terra, e poi la sua Pasqua, che si apprestava a vivere a Gerusalemme. Quanti santi, quanto eroismo di persone semplici che mai si sarebbero aspettate di diventare capaci di tanto; quanto amore, quanto coraggio, quanta serenità nelle prove più difficili; quanta gioia pura, quella limpida, inarrestabile che nasce dall’amore; quanti meravigliosi frutti sarebbero sgorgati dalla Sua persona, si sarebbero propagati da quell’incendio d’amore che stava portando al mondo. Quanto uomini e donne gi ogni tempo, piccoli e grandi, di qualsiasi razza, cultura, condizione sarebbero stati capaci, per la sua parola e il suo esempio, di dare la vita per amore, nella famiglia, nel lavoro, nella Chiesa, nel servizio ai più poveri, nel letto della malattia, nelle prigioni, nella tortura, nel martirio stesso…

Mentre Gesù contemplava tutto questo nel suo cuore, come non desiderare che anche la sua vita, il suo corpo se era necessario, potessero servire ad accendere questo incendio di luce che nei millenni avrebbe rischiarato le tenebre, dando una speranza al mondo? Di fronte a tanto spettacolo, come non offrire tutta la sua disponibilità al Padre perché prendesse la sua vita, il suo essere uomo, la sua persona, per renderla fuoco d’amore, strumento, segno, sacramento per la comunicazione dello Spirito d’amore, inizio d’una umanità nuova, capace di vincere nella mitezza la sfida dell’eternità? “Il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo, Cristo, divenne uno spirito datore di vita” (1 Cor 15,45).

 Così avrebbe scritto agli abitanti di Corinto, di lì a qualche anno, il suo grande amico e apostolo Paolo. Il primo di una lunga schiera di grandi uomini convertiti alla causa del Vangelo che, insieme a s. Giovanni, ha penetrato in profondità il mistero della Sua persona.

Ma come nei tempi di ogni religione ci sono i Sacerdoti, custodi del Fuoco Sacro della divinità, così anche doveva essere nel Tempio di Pietre Vive, che Cristo andava ad inaugurare a Gerusalemme, dall’alto della croce. I suoi Apostoli sarebbero stati, da allora fino alla fine dei tempi, i dispensatori e i custodi del Fuoco Spirituale dell’amore, acceso dalla Pasqua nell’interno del Tempio Vivo della Chiesa. Acceso di fronte a quel “Santo dei Santi”, autentico e non più simbolico, che è il cuore dell’uomo. Il luogo dove Dio ha deciso di abitare da tutta l’eternità e da dove, spezzato finalmente con Cristo il velo che ne nascondeva il mistero, Egli ha deciso di illuminare il mondo della Sua luce amica, fino al “Suo ritorno”.

Così, avendo cercato di penetrare un po’ il suo cuore mentre pronunciava quelle misteriose parole sul Battesimo di fuoco che stava per ricevere, si comprendono forse meglio le parole di Gesù che le precedono. Parole che si riferiscono, appunto, al duplice e complementare servizio dei laici e del sacerdote nella comunità cristiana.

“Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro! Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Qual è dunque l'amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi” (Lc 12,35-44).

 

Dispensare il Pane della Parola e dei Sacramenti

Una casa di Dio unita nell’operosità della carità e del servizio ai fratelli, ciascuno secondo i suoi doni e i suoi ruoli, per tenere accesa nel mondo la luce della speranza: che meravigliosa immagine di Chiesa! In questa casa, il sacerdote è colui che è sempre al lavoro per continuare l’opera di Cristo: dispensare il Pane della Parola e dei Sacramenti, i due segni con cui Cristo ha voluto rimanere per sempre in mezzo a noi, per comunicare e alimentare continuamente nel cuore di ciascuno il Fuoco dello Spirito Santo. E questo perché ciascuno viva in pienezza il mistero del proprio Battesimo, il mistero cioè della propria vita vissuta fino in fondo sul modello di Cristo-Sacerdote, sacerdote dell’offerta libera e spontanea della propria esistenza per amore.

Lo sappiamo: per il Battesimo siamo stati resi partecipi della medesima unzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo. Siamo tutti “Sacerdoti” della Nuova Alleanza, quella dell’offerta della nostra stessa vita, ciascuno secondo la sua specifica vocazione, ma tutti consumati nel fuoco del medesimo Spirito d’amore, che proprio per questo ci rende “uno” nel Signore. Siamo tutti “Profeti” della parola di Dio, annunciata nel continuo sforzo di vivere il nostro annuncio secondo lo stile di Cristo, l’unico di cui si possa dire “la Parola si è fatta carne”. Siamo “Re”, infine, della regalità “mite e vittoriosa” di Cristo, costituiti cioè nel servizio della responsabilità verso i nostri fratelli. Ciascuno secondo la sua vocazione e il suo ruolo: nella famiglia, nel lavoro, nella società, nella Chiesa. Tutti uniti, dalla forza della carità, nel far sì che nel mondo non risuoni più, almeno da parte nostra, la terribile risposta di Caino alla domanda del Signore: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. “Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gen 4,9). La Chiesa, comunità do coloro che condividono la regalità di Cristo. Il quale “non è venuto per essere servito ma per servire”, è la comunità infatti di coloro che sanno farsi carico dei fratelli. Anzi, seguendo l’esempio dell’Agnello, sanno farsi carico anche di quelle responsabilità smesse da chi vive nell’egoismo, così che “venga tolto” il peccato del mondo: “l’Agnello sarà il loro Pastore”.

Tutto questo e ancora di più significa essere partecipi per il Battesimo del triplice “dono-impegno” sacerdotale, profetico e regale di Cristo. Una missione esaltante, per ogni uomo “di buona volontà” che si apra alla vita e all’età adulta. Una missione esaltante, quanto faticosa e impegnativa. Di questa fatica e di questo impegno “battesimali”, volti cioè al rinnovamento di noi stessi e del mondo, il sacerdote è il servitore. Per questo il suo è il sacerdozio ministeriale, ovvero posto “al servizio” del sacerdozio fondamentale, quello battesimale. Il sacerdote infatti è colui che, oltre a vivere in pienezza il suo Battesimo insieme ai suoi fratelli, è chiamato in particolare ad essere al servizio del loro sacerdozio ed offerta battesimali, della loro testimonianza profetica, della loro responsabilità verso il mondo e i fratelli. “Responsabile della responsabilità di tutti”, secondo una bella definizione che è stata data del suo servizio pastorale. Proprio perché il sacerdote è colui che partecipa, in modo particolare, non solo del sacerdozio “battesimale” del Cristo compiuto durante la sua vita terrena, quello dell’offerta per amore della propria vita, ma anche del sacerdozio del Risorto che dona lo Spirito alla Chiesa: i sacerdoti sono quei “pastori e maestri, costituiti per rendere idonei i fratelli a compiere il loro ministero” (Ef 4,12), secondo la parola di Paolo.

Scoprire nel cuore la vocazione al sacerdozio, significa rendersi conto che il Signore ha messo nel nostro cuore il suo stesso desiderio di comunicare a tutti il Fuoco dei doni dello Spirito Santo. Un desiderio che non ammette concorrenti, ma pretende, come è avvenuto in Cristo stesso, la totalità del dono del nostro cuore, delle nostre stesse persone in comunione con Lui totale. Una comunione che acquista così i colori del dono sponsale di noi stessi a Lui. Il primo carisma in ordine di tempo da verificare per porsi in un serio cammino di ricerca vocazionale per il sacerdozio è dunque proprio questo: il carisma del celibato sacerdotale che la Chiesa latina riconosce come inscindibilmente legato a quello fondamentale della carità pastorale. Quella carità che ti fa sentire i fratelli che ti vivono accanto come i componenti della tua famiglia spirituale. Persone la cui vita e fecondità spirituali dipendono anche da te, dal dono della tua vita per loro, proprio come, nella nostra famiglia, la nostra vita naturale dipende in tutto e per tutto dal dono di sé di nostro padre e di nostra madre. Per questo la fede semplice e tanto profonda del popolo di Dio ha preso fin dall’antichità a chiamare i sacerdoti con l’appellativo di “padre”. Padre nella vita soprannaturale che proprio attraverso il sacerdote, partecipe del sacerdozio del Risorto, “mediatore fra Dio e gli uomini”, ci viene continuamente donata.

Se un giovane, nel suo cammino di discernimento vocazionale, può constatare in sé la crescita di questa “carità pastorale” intimamente unita a quella del proprio desiderio di dono personale al Cristo… in lui c’è un cuore da prete. Di questo cuore il papa Paolo VI ci ha lasciato una stupenda descrizione:

“Il sacerdote è un essere umano per il quale vivere è inebriarsi di Dio… Questa è la sorgente da cui sgorgano l’insegnamento e le spiegazioni. Per questo esse hanno la stupenda freschezza delle cose sempre vive e mai sufficientemente esplorate e capite. La missione sacerdotale è il più attraente e difficile dei compiti: formare gli altri, plasmare un certo modo di pensare, di pregare, di comportarsi, di sentire. Ne deriva una grande capacità ad evidenziarsi e a nascondersi, a parlare e ad ascoltare. Penetra nelle anime con un rispetto illimitato, per liberarle, per renderle indipendenti e riunirle nell’unità di Cristo. Che cos’è egli se non fa questo? Perciò ha bisogno di una gamma estrema di doti: artista, operaio specializzato, medico indispensabile, uomo discreto, sensibile, delicato, forte…”.

Chi è capace di essere così? mi dirai. Non temere, Pietro e gli Apostoli per primi, dopo aver visto il giovane ricco andarsene triste, si impaurirono. Ma Gesù guardandoli disse: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio. Perché tutto è possibile presso Dio” (Mc 10,27). Rimanere “presso Dio”, rimanere sotto lo sguardo di Cristo è il segreto per essere resi partecipi della sua fedeltà e della sua fecondità sacerdotali, custodi del Fuoco Nuovo della Pasqua, affinché insieme a molti fratelli, la luce nella casa di Dio resti sempre accesa, nell’attesa operosa del Suo ritorno.

 

(da "Se vuoi")

 

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