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Job
Un uomo era in terra di Uz / un uomo di perfetta purità / temeva
Dio e il male aborriva / tra tutti i figli dell'oriente,
uomo più grande non c'era / e un giorno venne che i
figli della terra / stettero davanti al Signore / e
Satana tra loro. / Hai messo il tuo cuore sul mio servo
Job? / È un uomo di perfetta purità /di un bastione lo
hai circondato / ma stendi la tua mano e colpiscilo nel
suo / sulla tua faccia ti maledirà. / E un giorno un
messaggero venne a Job e disse: / “Fuoco di Dio dal
cielo è sceso / greggi e mandriani ha divorato / sono
venuto a dirlo io, il solo scampato”. / Parlava ancora e
un altro arriva e dice: / “I figli tuoi sedevano e
mangiavano / quando ecco dal deserto leva un vento /
nella rovina sono morti”. / “Dal ventre di mia madre
nudo sono uscito, / nudo tornerò / il Signore dà, il
Signore toglie / sia benedetto il nome del Signore”./ E
Satana disse: “La pelle per la pelle. / L'uomo dà tutto
per la vita / ma stendi la tua mano nel suo osso, /
sulla tua faccia ti maledirà”. / E piagò Job con
l'ulcera del male dai piedi fino al cranio. / “Maledici
il Signore e muori!”. / “Se accettiamo il bene, dobbiamo
prendere anche il male / il Signore dà, il Signore
toglie, / sia benedetto il nome del Signore”. / E infine
Job apre la bocca e grida: / “Che tu sia maledetto
giorno che mi hai partorito, / che sia un giorno di
tenebra, il cielo lo ripudi / gli neghi il lume della
luce. / Perché ginocchia venirmi incontro? / Perché
mammelle vi ho succhiato? / Perché la luce è data a chi
pena? / Perché la vita a una gola amara? / Ecco, i
terrori che più ho temuto / ecco incarnarsi le mie paure
non ho pace né tregua, / sono un cumulo di dolore. /
Strepita pure, chi ti risponde? / Se cerchi Dio, se
implori Shaddai / se rispondesse quando io grido / solo
m'ingozza di pena amara / Dio stermina chi ha colpa / e
chi non ha colpa / la terra è data in mano a chi fa il
male / la faccia dei suoi giudici è coperta. / Tu che
hai messo in me la grazia della vita, / Tu che fai dei
miei giorni un'ombra / ecco che nascondi nel tuo cuore:
/ terra buia come la tenebra / dove non brilla che
oscurità / e adesso che il mio occhio ti ha veduto / mi
ripudio / e mi consolo / sulla polvere e sulla cenere”. |
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“Un uomo di perfetta purità temeva
Dio e il male aborriva”:
il libro di Giobbe è tra i più
belli della Bibbia. Non sappiamo se Giobbe sia realmente
esistito. Egli comunque rappresenta l’immagine del
giusto la cui fede è messa alla prova da Dio. Il libro
si interroga sul problema del male: come può Dio
permettere il male, il dolore, in particolare di chi è
innocente?
“stendi la tua mano e colpiscilo
nel suo”: è Satana,
l’origine di ogni male, a provocare Dio a mettere alla
prova Giobbe: è ricco, ha 10 figli: è facile essere
fedele a Dio quando tutto va bene... E Dio, che sa
trarre il bene anche dal male, accetta la sfida. Giobbe
è colpito in ciò che gli è più caro.
“Fuoco di Dio dal cielo è
sceso, greggi e mandriani ha divorato… I figli tuoi
sedevano e mangiavano quando ecco dal deserto leva un
vento nella rovina sono morti… E piagò Job con l’ulcera
del male dai piedi fino al cranio”:
perde i suoi beni e i suoi 10 figli, si ammala... è
prostrato a terra.
“Dal ventre di mia madre nudo
sono uscito, nudo tornerò il Signore dà, il Signore
toglie, sia benedetto il nome del Signore… Se accettiamo
il bene, dobbiamo prendere anche il male, il Signore dà,
il Signore toglie, sia benedetto il nome del Signore”:
come prima reazione Giobbe accetta quanto gli è capitato
senza lamentarsi e da uomo di fede si abbandona alla
volontà di Dio.
“E infine Job apre la bocca e
grida: Che tu sia maledetto giorno che mi hai partorito,
che sia un giorno di tenebra, il cielo lo ripudi gli
neghi il lume della luce”:
Giobbe cede alla disperazione e
maledice il giorno in cui è nato, il suo dolore tocca il
fondo.
“non ho pace né tregua, sono un
cumulo di dolore… Dio stermina chi ha colpa e chi non ha
colpa, la terra è data in mano a chi fa il male”:
è una contraddizione: chi è giusto
soffre senza colpa e il malvagio invece prospera...
davanti al dolore, spesso inspiegabile, che segna
l’esistenza di ogni uomo, non troviamo risposte
plausibili.
“e adesso che il mio occhio ti ha
veduto mi ripudio e mi consolo sulla polvere e sulla
cenere”: Giobbe “vede”
Dio e ne rimane consolato: la sofferenza sembra il
momento dell’assenza di Dio e invece è un’occasione per
incontrarLo. Quando tutto viene a mancare e la stessa
vita è in pericolo comprendiamo che l’unica àncora alla
quale possiamo aggrapparci è Dio, Lui è l’unico nostro
bene. La fede che passa attraverso la prova della
sofferenza può uscirne più forte, più profonda e
autentica. Giobbe alla fine ha una fede diversa da
quella di prima... ed è riabilitato, ritrova tutto
quanto aveva perso... La figura di Giobbe ci è molto
vicina perché in modi diversi tutti abbiamo a che
fare col mistero del male e del dolore, che è legato
alla fragilità umana e ci pone seri interrogativi sul
senso della vita. Per chi non crede non c’è via di
uscita se non la disperazione. Per chi crede, invece, la
sofferenza ha un senso e può servire alla crescita,
umana e di fede. Il modello è Gesù: il Figlio di Dio che
è diventato uomo e ha sperimentato il dolore e la morte.
Gesù ci ha insegnato che il dolore vissuto con e per
amore è la via che ci salva e che può salvare il mondo.
Per l’uomo di oggi, che cerca di esorcizzare in molti
modi il dolore, la croce rimane un’icona da contemplare
e un segno su cui riflettere seriamente.
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