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di MARIA KO HA FONG, biblista
«Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro
quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli:
“Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo
nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto
dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non credo”. Otto giorni
dopo, i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne
Gesù…» (Gv 20,24-26).
Perché non eri con noi? Come mai non c’eri? Dove
sei stato? Sai cosa hai perso?… Nessuna domanda del genere, nessun rimprovero,
nessun interrogatorio, nessun controllo, nessuna indagine di curiosità. Ai tuoi
fratelli, o Tommaso, premeva soltanto una cosa: comunicarti una bella notizia,
condividere con te l’esperienza straordinaria, farti provare l’emozione intensa
di cui erano pervasi, coinvolgerti rimediando ciò che hai perso nella tua
assenza, farti partecipe della gioia che spettava anche a te perché eri uno di
loro.
Ti aspettavano con ansia. Non appena udirono avvicinarsi i tuoi passi, già
volsero tutti lo sguardo verso quella porta chiusa. Come mettesti i piedi nella
stanza, tutti accorsero da te dicendoti quasi a gara: “Abbiamo visto il
Signore!”. Sui volti raggianti davanti a te non si trovò più nessuna traccia di
quella tristezza che adombrava tutti nei giorni precedenti di angoscia e di
dolore. Dalla loro voce era scomparsa quella nota di scoraggiamento e di
delusione che tu conoscevi bene.
Ora tutti gli occhi erano fissi su di te aspettando la tua reazione. Aspettavano
un grido di gioia, un’esclamazione di stupore. Aspettavano forse, che tu dicessi
loro: «Ma davvero? Come è avvenuto? Dove? Quando? Come è apparso? Cosa ha detto?
Raccontatemi!…». E invece niente di tutto ciò. Al posto degli “Ah!” e “Oh!” di
meraviglia, uscì dalla tua bocca una litania fredda di “se non…”. Tu non
credevi. Volevi vedere, toccare, constatare, esaminare. Volevi prove certe,
concrete. Non ti bastava né l’emozione contagiante, né la testimonianza
eloquente. Esigevi l’esperienza diretta, e questa non te la potevano dare i tuoi
fratelli, pur con tutto il loro entusiasmo e con tutto il bene che ti volevano.
Trascorsero i giorni e la vita procedeva normale. Tu continuavi a stare insieme
con i fratelli come prima, ma c’era qualcosa di cambiato in te e negli altri.
Avvertivi una distanza creatasi misteriosamente tra te e loro. Essi erano buoni
e cordiali con te come al solito, o forse, più ancora del solito; eppure tu ti
sentivi estraneo, lontano, persino fuori posto in mezzo a loro. Ti accorgevi che
essi avevano qualcosa che ti mancava. L’avvenimento di quella sera era stato
qualcosa di decisivo, di trasformante. E quella sera tu non c’eri.
Avresti potuto lasciarti coinvolgere. Avresti potuto entrare in quel “noi”
gridando insieme agli altri: “Abbiamo visto il Signore”, ma non l’hai voluto; e
i tuoi fratelli ti rispettavano. Sapevano bene che il Signore amava manifestarsi
in una varietà di tempi e di modi, sapevano pure che tu eri un tipo non facile
da persuadere. In mezzo a loro tu ti distinguevi come uomo della concretezza,
retto, sincero, ma un po’ rigido, testardo, unilaterale. Ben due volte hai
frainteso persino Gesù per questa tua durezza di mente e di cuore (cf Gv 11,16;
14,5).
Diametralmente opposto rispetto a Giovanni, che possedeva una forte capacità
d’intuizione e una spiccata sensibilità per il mistero, tu facevi fatica a
lanciarti più in là e più in alto, oltre al visibile e tangibile. Diverso da
Pietro, l’apostolo impulsivo, irruente, intraprendente, tu non ti compromettevi
senza ragione, non ti fidavi senza prove. Eri diverso da Andrea, affabile,
socievole, zelante e premuroso di far conoscere Gesù agli altri; diverso da
Filippo, semplice, schietto e spontaneo; diverso da Matteo, da Giacomo, da
Simone…
Insomma, voi non formavate un gruppo omogeneo. Non mancavano momenti di tensione
e di disarmonia tra di voi, litigavate qualche volta per delle banalità. La
domanda di Pietro a Gesù: “Quante volte dovrò perdonare al mio fratello se pecca
contro di me?” (Mt 18,21) forse non era una semplice domanda teorica. C’era
persino un po’ di concorrenza tra di voi. Al contrario di quello che vi
insegnava Gesù, ambivate di essere il primo, il più grande del gruppo.
Non eravate persone ideali, perfette. Non rappresentavate modelli indiscutibili,
ma eravate uomini comuni di carattere diverso, di provenienza e professione
diversa. Tutti però attirati dallo stesso Gesù, il quale, in tempi diversi e in
circostanze diverse vi ha rivolto lo stesso invito: “Vieni e seguimi!”. Questo
era ciò che vi univa ed era tutto ciò che contava.
Tu, Tommaso, davi molta importanza a questa unione fondata in Gesù, apprezzavi
la fratellanza fra di voi. Anche nei giorni di disagio interiore dopo quella
sera, tu rimanevi fedele alla comunità, alla comunione di preghiera e di carità.
Non hai fatto come Cleopa e l’altro discepolo, i quali, stanchi, delusi,
scoraggiati, lasciarono la comunità e presero la via per Emmaus, lontano da
Gerusalemme, lontano dalla croce, lontano dai loro sogni frantumati, lontano dai
fratelli. Il loro era un viaggio di fuga, di evasione, di regresso disperato. A
quei due Gesù apparve lungo il cammino, con la sua parola riscaldò il loro
cuore, allo spezzare del pane rivelò la novità più strepitosa della storia: Egli
è il Risorto per sempre, l’eterno presente. I due ripartirono poi per
Gerusalemme, ritornarono dai fratelli raccontando loro la gioia di quel
meraviglioso incontro.
A te, invece, Gesù giunse in comunità. Otto giorni dopo arrivò anche per te
l’occasione di vedere il Signore. La comunità divenne per te il luogo della
visita del Risorto, il contesto in cui egli si rivelò per rinvigorire la tua
fede, l’ambiente vitale della tua confessione di fede intensa e profonda: “Mio
Signore e mio Dio!”.
Dal tuo tempo al nostro sono ormai passati quasi duemila anni. La tua comunità
dovrebbe trovare un riflesso nelle nostre comunità cristiane. Che ne pensi,
Tommaso, riusciamo a imitarvi? Le nostre comunità sanno essere risorsa vitale
per ognuno di noi come la tua è stata per te? San Basilio scrisse una pagina
splendida parlando della bellezza della vita di comunità: «Il primo e grande
inconveniente di chi vive in completa solitudine è l’essere soddisfatto di sé.
Costui non ha nessuno che giudica la sua condotta e ben presto penserà di essere
arrivato alla perfezione della legge. Conservando le sue capacità inattive, non
conoscerà ciò di cui ha bisogno e non potrà constatare se compie progressi nelle
sue azioni, perché gli verrà meno l’occasione di praticare i comandamenti. In
che cosa mostrerà la sua umiltà, se non ha nessuno davanti al quale abbassarsi?
Verso chi userà misericordia una volta che si è escluso dai rapporti con gli
altri? Come potrà esercitarsi alla mitezza se non ha nessuno che si oppone alla
sua volontà? […] Tu che vivi solo con te stesso, a chi laverai i piedi? Dopo di
chi ti metterai come ultimo? Chi servirai? Questa felicità e questa gioia
d’essere numerosi fratelli che abitano insieme, simile - dice lo Spirito Santo -
al profumo che scende dalla barba del grande sacerdote, come si può trovarla
nella casa di chi vive da solo?».
Tu, Tommaso, che sei stato uno dei primi ad aver beneficiato della ricchezza di
questo “habitare in unum” dei fratelli, pensi che le nostre comunità cristiane
di oggi siano ancora capaci di diffondere l’entusiasmo contagioso dell’ “abbiamo
visto il Signore”? I nostri fratelli e le nostre sorelle hanno la pazienza di
rispettare i ritmi diversi e di aspettare con chi è nell’incertezza gli “otto
giorni dopo”? Le nostre comunità cristiane potranno essere sostegno a chi è
vacillante, ristoro a chi è ferito, speranza per chi è scoraggiato? Potranno
diventare spazio e occasione per una confessione di fede autentica e profonda di
ogni fratello?
Grazie, o Tommaso, per mezzo tuo, abbiamo una delle più belle beatitudini
pronunciate dal Signore: “Beati quelli che credono pur non avendo visto”; per
mezzo tuo, abbiamo una meravigliosa testimonianza della bellezza di seguire
insieme Cristo e proclamare insieme: “abbiamo visto il Signore!”.
(da
"Se vuoi")
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