I PROFETI
AMOS:
guardarsi attorno
di
LUIGI VARI, biblista
Siamo arrivati
al nostro quarto appuntamento e questa volta ci incontriamo
con un personaggio "strano", non convenzionale.
È vero che un
profeta, per definizione, non può essere convenzionale; ma
Amos, è lui che incontriamo questa volta, è particolarissimo
anche per il modo suo di essere e di parlare.
J. Asurmendi
nella sua opera sui profeti (Il profetismo, dalle origini ai
nostri giorni, EP) dice che "definire, per esempio, vacche
di Basan le ricche signore di Samaria, non è affatto
delicato".
Amos è il primo
dei "profeti scrittori", questo significa che noi abbiamo,
con una buona probabilità, conservato l'eco diretta di
alcuni suoi interventi. In genere non abbiamo mai
direttamente l'opera dei profeti in quanto tale, ma le
parole dei profeti ci giungono attraverso l'opera dei loro
discepoli che, maturando l'importanza del loro messaggio,
decidevano di conservarlo. Questo procedimento non ci deve
sorprendere, è infatti la vita che ci mostra l'importanza
delle nostre esperienze che, spesso, quando sono vissute ci
sfuggono. Un incontro che porta ad una amicizia, diventa
importante e degno di essere ricordato quando l'amicizia è
nata.
Questo fatto di
rileggere alla luce della vita è un cammino assolutamente
normale, e la Bibbia non stravolge la regola per cui uomini,
guidati dallo Spirito di Dio, mettono per scritto quello che
in momenti diversi è stato detto ed è stato vissuto.
Per il profeta
Amos conserviamo, però, anche brani che riflettono il suo
lavoro personale.
L'ambiente di
Amos è agricolo-pastorale e il profeta vive nella seconda
metà del secolo VIII quando al Nord (Israele) regnava
Geroboamo e al Sud (Giuda) regnava Ozia. Amos è di origina
giudaica cioè del Sud del paese, e porta il suo messaggio al
Nord. Il Nord è in una situazione politica di recuperata,
anche se illusoria, grandezza ed economicamente è nella
ricchezza. Una ricchezza che diventa lusso nei palazzi di
Samaria ed arroganza. In questa situazione di
autosufficienza, Amos, il contadino di fronte alla città e
l'uomo del Sud di fronte al Nord, svolge la sua missione.
Presto le sue parole, che evidenziano le contraddizioni di
quella società, vengono considerate di troppo disturbo e gli
viene impedito di predicare. Lui comincia allora a scrivere
e i suoi scritti girano nella cerchia dei sui discepoli. È
forse per questo motivo che abbiamo di lui materiale di
prima mano.
Ora seguiamolo e
faremo esperienza della eternità delle parole. Mentre scrivo
questo articolo i giornali hanno in prima pagina titoli
sulla crisi della politica e della giustizia con una forte
domanda sul nostro modello economico, e quindi sulla crisi
dell'economia per quanto riguarda la concezione dell'uomo.
Amos sembra
aiutarci nell'analisi delle esperienze umane, entrandovi e
giudicandole, amandole e cogliendone le inevitabili
contraddizioni.
La crisi della
politica
La prima parte
del suo libro è formata dalla raccolta degli "oracoli"
contro le nazioni (capitoli 1 e 2): sono parole che mettono
in discussione la politica quando diventa una pura
dimostrazione di forza ed un esercizio di potere dove non
c'è posto per la pietà; e soprattutto il calcolo del
vantaggio non ha considerazione per l'uomo: "hanno deportato
popolazioni intere per consegnarle ad Edom (1,6) senza
ricordare l'alleanza fraterna" (1,9). È l'uomo che nel
messaggio di Amos deve essere limite invalicabile per ogni
azione e dunque non c'è posto per "un'ira senza fine" (1,11)
e non c'è giustificazione per quelli che per allargare i
loro confini "hanno sventrato le donne incinte di Galaad"
(1,12).
È evidentemente
un messaggio secco, dove le considerazioni anestetizzanti
non hanno posto. L'uomo profeta è colui che ricorda il
limite,che fa memoria della non onnipotenza umana. La
mancanza di questa funzione critica, magari desiderata,
sarebbe la fine per il popolo (Am 2,6-15).
La seconda parte
del libro va dal capitolo 3 al capitolo 6 e si apre con un
atto di fede nella potenza della parola di Dio, un atto di
fede che per il profeta giustifica la sua decisione a
parlare e per chi ascolta diventa un ammonimento: "ruggisce
il leone chi mai non trema? Il Signore Dio ha parlato, chi
può non profetare?".
La crisi della
giustizia
Se l'uomo smette
di essere la misura, non c'è più limite per le violenze ed è
questo che Amos vede nella società del suo tempo. Sono
numerose le situazioni che Amos denuncia: "la doppia casa,
il lusso, la giustizia al servizio dei potenti, l'effettiva
mancanza di difese per il povero", ma forse la denuncia
fondamentale è contro un sistema incapace ormai di mettersi
in discussione. Il capitolo 5 è un continuo sottolineare la
incapacità a comprendere, la mancanza di forza per cambiare.
La conversione diventa unica strada: "cercate il Signore e
vivrete" (5,6). Credo a nessuno sfugga una riflessione sulla
società odierna che sente il desiderio di cambiare. La via
del cambiamento, quella che un credente deve indicare, deve
passare attraverso il cuore dell'uomo (5,21-24).
Infine, vorrei
sottolineare come il discorso di Amos nasce dalla speranza.
L'analisi realistica, il guardarsi attorno non è, se questo
viene fatto con fede, una rinuncia a sperare. Nel momento
stesso in cui Amos si scontra con le autorità, rischia la
morte, dice di credere nella possibilità di cambiamento. La
difficoltà è proprio quella di far nascere la speranza
mentre si fa esperienza di una storia a volte nemica della
speranza: ma questo è il senso stesso del cristianesimo.
Essere uomini di
fede non è negare che Cristo sia morto vittima
dell'ingiustizia, ma è affermare che è risorto al di là di
ogni ingiustizia. Una fede che rimuova o neghi le difficoltà
dell'uomo non è vera e non è mai utile, e meno che mai lo
sarebbe per l'uomo di oggi.
(da "Se vuoi")