I PROFETI
ISAIA:
l'incontro con la
grandezza
di
LUIGI VARI, biblista
Il
profeta Isaia, certamente il più famoso tra i profeti,
quello che abbiamo più occasione di ascoltare la domenica a
Messa, è certamente difficile da presentare. Isaia è
complesso, non si legge tutto d'un fiato, ha bisogno di
tempo e di studio. Il libro che noi chiamiamo "Isaia" è
specchio della complessa attività di questo personaggio e
del grande movimento che da esso si è originato. Il libro di
Isaia infatti è più una biblioteca che un libro, in quanto
contiene tre libri almeno, che gli studiosi chiamano
rispettivamente ISAIA, DEUTEROISAIA (secondo Isaia) e
TRITOISAIA (terzo Isaia). Questo significa che nel nome di
Isaia si è sviluppato un movimento che ha superato la sua
vita.
Pensare che quest'uomo abbia influito tanto nell'esperienza
del suo popolo da essere diventato uno a cui rifarsi, come
un caposcuola, ci rende curiosi e ci spinge ad un incontro
umile con un personaggio che deve essere stato
straordinario.
Con gli occhi di Dio
Isaia
inizia il suo ministero nel 740 e deve averlo esercitato per
almeno 40 anni, quando erano re Acaz e poi Ezechia. Anche
lui, come tutti, vive la storia del suo tempo e cerca di
leggerla con gli occhi di Dio. Vuole che a guidare le scelte
del popolo siano criteri profondi, quali quelli della
fedeltà all'alleanza, ed inevitabilmente si trova di fronte
ad altri modi di lettura che sembrano essere più
intelligenti, ma che portano il popolo alla rovina.
Quello
che colpisce in Isaia è l'intensità dell'esperienza di Dio,
visto in tutta la sua grandezza: "io vidi il Signore
seduto su un trono molto elevato, la sua gloria riempiva il
tempio" (Is 6,1), la grandezza di Dio spaventa il
profeta: "io sono perduto, perché un uomo dalle labbra
impure io sono ed in mezzo ad un popolo dalle labbra impure
io abito" (6,5). La grandezza, però, non è lontananza,
Dio è il Santo, ma è il Santo che si preoccupa del suo
popolo: "chi manderò e chi andrà per noi?" e che
cerca qualcuno che abbia il coraggio di essere sua presenza
fra la gente. La grandezza di Dio prima spaventa e poi
coinvolge il profeta che accetta: "Eccomi, Signore, manda
me".
Ogni
incontro con Dio è incontro con la grandezza: mai fine a se
stessa, ma che ci raggiunge e si impegna con la nostra
debolezza per sollevarci.
Il
profeta è chiamato a lasciarsi coinvolgere da questa
grandezza e dunque a condividere con Dio l'amore per il
suo popolo, a farsi carico delle difficoltà che il
popolo vive e a difenderlo dalle minacce. Il profeta è
grande della grandezza di Dio quando diventa presenza che
solleva, capacità di farsi carico e di condividere, di
essere presente quando Dio ha bisogno di entrare nella
storia dell'uomo.
Liberarsi dalla paura
Isaia
inizia il suo cammino di profeta e scopre che il popolo è
segnato dallo scoraggiamento, paralizzato dalla paura. Cerca
allora di dare coraggio e si rivolge al re Acaz: "Veglia
e stà calmo, il tuo cuore non deve indebolirsi a causa di
questi due resti di tizzoni fumanti" (7,4). L'immagine
di "tizzone fumante" dice la morte, la debolezza mortale.
Dio incoraggia il suo popolo, lo libera dalla paura,
invitandolo a guardare con occhio attento il motivo della
paura e a rendersi conto che è, per molti versi,
ingiustificata. Non è facile, però, liberarsi dalla paura.
Si tratta di fare scelte segnate dalla fede,si tratta
di avere il coraggio di accantonare i calcoli che ci rendono
sicuri. È il dramma di sempre: quanto ci si può fondare su
Dio per le scelte che riguardano la nostra vita? Il re è
invitato da Isaia a correggere la propria politica e a
fidarsi di Dio. Che cosa deve fare un re? Capita spesso
di dover notare una sorta di sorriso compassionevole di
fronte alla parola di Dio, un sorriso di sufficienza che
tende a relegare Dio nella schiera degli ingenui che non
faranno mai storia; capita quando si nega alla Parola di
illuminare le nostre scelte, quando non si riconosce la
possibilità che il punto di vista di Dio possa essere
quello giusto anche se contrasta con il nostro giudizio
spesso reso debole dalla paura. E quando questo capita,
quando neghiamo a Dio la concretezza noi neghiamo la sua
grandezza, per cui il profeta afferma: "se voi non vi
terrete fermi (se non vi fidate del giudizio di Dio), voi
non sarete tenuti fermi" (7,9: lettura della CEI: se voi
non crederete non sussisterete), l'alternativa è fra
l'essere fondati e l'essere sbattuti da ogni vento.
Acaz
si trova davanti a questo dilemma, ma Dio non lo lascia
solo; lo invita chiedere un segno: "Il Signore parlò
ancora ad Acaz in questi termini:"Domanda un segno per te al
Signore tuo Dio, domandalo negli abissi o sulla sommità del
cielo" . Acaz rispose: "Io non lo domanderò e non
metterò il Signore alla prova" (Is 7,10-12).
Il
segno non è necessariamente un miracolo, è qualcosa di
verificabile nel tempo. Acaz viene invitato a scegliere, ma
senza rinunciare alla possibile verifica; qui scatta il
dramma: il re non vuole nessun segno! La paura che rende il
re incapace di decidere per il bene viene scelta come stato
di vita, come situazione permanente.
A
questo punto la storia sembrerebbe chiusa alla speranza, il
rifiuto sembra condannare l'uomo alla paura perpetua; la
paura, la paralisi diventano incapacità di fare il bene.
L'Emmanuele: il segno
della
fedeltà di Dio
Isaia,
profeta, scopre allora che LA STORIA È DI DIO, che l'uomo è
di Dio: "Ascoltami dunque, casa di Davide, è troppo poco
per voi affaticare gli uomini, che voi volete affaticare
anche il mio Dio? Il Signore vi darà lui stesso un segno,
ecco: la Vergine concepirà e partorirà un figlio che
chiamerà Emmanuele" (7,10-14).
L'Emmanuele è, nella lettura dei Vangeli (Mt 1,23) e della
tradizione cristiana, lo stesso Cristo che viene così ad
essere il segno della fedeltà di Dio, della speranza, della
liberazione dalla paura per l'uomo che cammina ogni giorno
aggredito da tanti tipi di tenebra.
Cristo
è la luce che orienta il cammino:"il popolo che
camminava nelle tenebre vide una grande luce: su coloro che
abitavano in terre tenebrosa una luce rifulse. Hai
moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia (…) poiché
un bimbo è nato per noi, ci è stato dato un figlio (…)
consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre,
Principe della pace".
Isaia
è molto più ricco di quanto non appaia da queste poche
righe; ma io penso che in questa parte di profezia che
abbiamo incontrato ci siano elementi di grande riflessione
per l'attualità della nostra vita. Le domande del re e le
sue paure sono spesso anche le nostre, come è nostra a volte
la paura, una paura dalla quale ci lasciamo sedurre. Isaia
indica la fedeltà di Dio, la speranza, la fiducia come
strada di uscita dalla paura e ci invita a verificare
vivendo la verità di Dio e delle sue parole; verità che per
noi è Cristo.
C'è
una poesia di Brecht che forse può dare un'idea non solo
della tristezza di un cuore senza speranza, ma anche di come
sia necessario e grande l'annuncio dell'Emmanuele e della
gioia che lo accompagna.
"Non
vi fate sedurre/ non esiste ritorno/ il giorno sta alle
porte,/ già è qui vento di notte./Altro mattino non verrà.//
Non vi lasciate illudere/ che è poco, la vita,/ bevetela a
gran sorsi/ non vi sarà bastata/ quando dovrete perderla.//
Non vi date conforto:/ vi resta poco tempo./ Chi è disfatto
marcisca./ La vita è la più grande:/ nulla sarà più
vostro.// Non vi fate sedurre/ da schiavitù e da piaghe:/
che cosa vi può ancora spaventare?/ Morire con tutte le
bestie./ E non c'è niente dopo".
(B.
Brecht, Poesie e Canzoni, R. Leiser e F Fortini, 1961
Torino).
Con
questa poesia concludiamo il nostro incontro con il profeta
Isaia lasciando alle sue parole, soprattutto quelle
sull'Emmanuele, il compito di dissipare l'angoscia o la
tristezza che da questa lettura potrebbe nascere nel nostro
cuore.
(da "Se vuoi")