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  I PROFETI      DANIELE: tornare a progettare

 

di LUIGI VARI, biblista

 

 

È tutto scritto o tutto da scrivere? Cioè un uomo deve essere soltanto uno impegnato a fidarsi di un disegno che certamente esiste, e che deve essere solo svelato, oppure è uno che deve essere protagonista del disegno, nel senso che esso dipende pure dalle sue iniziative, dalle sue scelte?

Potrebbe essere un po' questa la domanda che viene paragonando due modi di porsi davanti alla storia della salvezza. Il primo modo, cioè quello della fiducia in qualcosa che esiste, è il modo della lettura apocalittica (non ci riferiamo qui all'Apocalisse di s. Giovanni); il secondo modo, quello della ricerca del cambiamento per contribuire al disegno della salvezza, è quello proprio della profezia.

Il profeta Daniele rappresenta il passaggio dalla profezia all'apocalittica; per questo motivo molti lo considerano profeta e molti altri no, e ancora il suo posto nella Bibbia è fluttuante a seconda che prevalga l'una o l'altra ipotesi. Il passaggio dalla profezia all'apocalittica lo avevamo notato già in Zaccaria.

Si tratta di comprendere questo passaggio non dando un voto di preferenza all'uno o all'altro modo di intendere la salvezza, ma comprendendo il senso dei due modi di pensare. Il profeta vive l'attualità di Dio, lo sente chiaro nella sua vita, la Parola è lì, disponibile, si tratta di lasciarsi giudicare da essa e cambiare tutto quello che c'è da cambiare. La funzione del linguaggio apocalittico invece è quella di portare alla fiducia quando non ci sono motivi per aver fiducia. Allora viene detto: guarda che il Signore rimane fedele e il suo progetto non è votato al fallimento, bisogna resistere.

Quello di Daniele è un libro che nasce nel momento in cui l'identità culturale e religiosa del popolo era minacciata dall'Ellenismo, un'operazione culturale che tendeva ad eliminare le peculiarità dei vari pensieri per un pensiero che potesse omologare tutti. L'Ellenismo, refrattario al discorso religioso, soprattutto quello che portava in sé un forte nazionalismo, come nel caso degli Ebrei, vedeva come minaccia ogni abitudine che non rientrasse in schemi internazionali. La categoria della diversità non era presente in quel pensiero, che voleva essere un superpensiero dove ci fossero elementi nei quali ognuno potesse riconoscersi, ma fondamentalmente estraneo a tutti. Anche la lingua manifestava questa mentalità; nasceva infatti un greco semplificato, una specie di inglese per tutti.

Riprendere coraggio

Gli Ebrei, almeno una parte di essi, non potevano accettare la distruzione della loro identità, e si organizzarono per una resistenza, nota come la resistenza dei Maccabei. In questo periodo nasce anche una letteratura clandestina che circolava per dare coraggio a chi voleva resistere e che doveva essere indecifrabile a chi non facesse parte di una particolare tradizione religiosa; è la letteratura di cui il libro di Daniele è un esempio.

Le storie infatti sono ambientate in un periodo antico e si usa un linguaggio allusivo e misterioso. Ecco allora la storia di Daniele che rifiuta di sottostare all'imposizione di trasgredire le leggi alimentari – una delle colonne della cultura religiosa ebraica – (Dn 1), e Dio lo premia, perché, pur mangiando solo legumi, diventa forte e sta bene (Dn 1,15). Poi Daniele deve reagire alla scoraggiante considerazione del popolo ebraico che si vede sempre sottomesso, ed abbiamo il sogno della statua (Dn 2), che invita a vedere il potere umano come qualcosa di fragile che ha i piedi di argilla, gli Ebrei non devono temere, quando il potere che ora li spaventa mostrerà la sua debolezza, allora: "il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto ed il potere su di esso non sarà lasciato a nessun altro popolo" (2,44).

Daniele deve resistere al tentativo di esproprio della sua religiosità ed affronta per questo la prova della fornace (Dn 3), l'affronta cantando ed esprimendo quel brano che tutti conosciamo come il Cantico della creazione (Dn 3,52-90), che ripete la grande fiducia nell'unico potere del quale occorre tener conto, quello di Dio: "lodatelo ed esaltatelo nei secoli, ringraziatelo, perché è buono, perché eterna è la sua misericordia". In un susseguirsi di episodi edificanti come questi, di sogni e di interpretazioni, si esaurisce la prima parte del libro. Lo scopo è unico, infondere nel cuore di quelli che ascoltano la fiducia in Dio, Dio non abbandona quelli che, nonostante tutto, continuano a fidarsi di Lui.

Il libro tocca uno dei suoi punti più significativi nel capitolo 7, che contiene la visione del Figlio dell'uomo (o semplicemente "un uomo"): "Io guardavo nelle visioni della notte ed ecco che con le nuvole del cielo veniva come un Figlio d'uomo: arrivò vicino al vegliardo e uno lo condusse alla sua presenza. E gli fu donata sovranità, gloria e regalità e tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano" (Dn 7,13-14)). Siamo in uno dei punti più alti, perché queste parole nella coscienza successiva vengono riferite a Cristo e Cristo le attribuisce a se stesso nel processo davanti a Caifa.

Vi è, però, a mio parere, un altro elemento di importanza in questa visione del Figlio dell'uomo, quello d'indicare una via d'uscita concreta al popolo che, sì, veniva difeso da Dio anche se fosse precipitato nella fornace ardente, o gettato nella fossa dei leoni, ma che certo non poteva sempre vivere tra fosse e fornaci. Succedeva che in quella confusione politica e religiosa, in una situazione in cui tutto era uguale ed imperversava una cultura che semplicemente negava tutto quello che sembrava importante, la profezia aveva perso l'energia proprio perché per essere aveva necessità di un punto di riferimento al quale rinviare.

Il grido del profeta è: Convertitevi! Ma a chi, avrebbero risposto queste persone, provate da un ciclone come quello dell'Ellenismo! La profezia sembrava in panne. Abbiamo detto all'inizio che allora nasce la letteratura apocalittica, un invito a tenere duro, ma fino a quando? In questa situazione la visione del Figlio dell'Uomo! Cristo viene intravisto come la parola definitiva, il centro della storia, il senso di tutto. Cristo permette di passare di nuovo dalla fase della difesa e della conservazione, in attesa di tempi migliori, alla progettazione di questi. Cioè, Cristo risveglia la profezia diventando parola definitiva e sempre disponibile. Succede che il Figlio dell'uomo, una persona e non un'idea, un essere vivente e non un'usanza, una tradizione, entra nella storia per risolverla.

Un popolo di profeti

La descrizione del mondo ellenistico non appare molto lontana dalla nostra situazione. Possiamo anche noi fare esperienza di crisi di profezia, cioè di difficoltà di comunicare con le culture, con la mentalità che ci circonda. Possiamo allora anche metterci a resistere, senza che in questo ci sia nulla da biasimare. Rinunciamo alla profezia, cioè all'idea che ci sia una parola di Dio da scovare in questo tempo, un disegno al quale contribuire, per attaccarci all'idea che sicuramente il disegno è nelle mani di Dio e che noi dobbiamo solo limitare i danni.  Questo produce l'effetto di una Chiesa in ritirata che qualche volta piazza un colpo vincente, ma…Dobbiamo allora uscire da questa sindrome della conservazione, dall'idea di essere "gelosi custodi" e riscoprire il gusto di profetare, e cioè di indicare il punto di riferimento, ciò che è decisivo, la possibile fuga dall'indifferenza.

A me pare che ognuno potrebbe, leggendo il libro di Daniele, fare discernimento sulla propria esperienza ecclesiale e vedere se essa è apocalittica o profetica, sapendo, però, che noi non siamo quelli che intravedono fra le nubi qualcuno che potrebbe essere la risposta, ma siamo quelli che hanno conosciuto la Parola del Padre che si è fatta uno di noi: tesoro da conservare gelosamente, ma soprattutto spinta alla progettazione, ad affrontare la storia, a trasformarla e mai a subirla.

In ultima analisi, noi siamo un popolo di profeti, e non siamo per niente giustificati se ci barrichiamo nella consapevolezza che Dio ci ama diventando estranei al mondo che ci circonda. Può accadere, ma sempre e solo come dolorosa emergenza e non come prassi comune.

 

 

(da "Se vuoi")

   

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