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  I PROFETI      EZECHIELE: non arrendersi

 

di LUIGI VARI, biblista

 

 

Tutti i commenti sul profeta Ezechiele sottolineano la grande difficoltà di linguaggio e la confusione redazionale che caratterizza questo libro; ma tutti parlano anche del fascino che queste pagine hanno, dell'attrazione che esercitano su noi che leggiamo. Il fascino di Ezechiele nasce molto dal fatto che egli vive il suo ministero in terra di esilio, per cui si trova a condividere l'evento più traumatico del suo popolo. Il biblista G. Ravasi nel suo libro "I profeti" lo definisce "parroco degli esiliati", dunque legato alla sua gente e nello stesso tempo impegnato a fare in modo che la comune esperienza di sofferenza non divenisse distruttiva.

Il messaggio di Ezechiele non è univoco, si tende a distinguere un messaggio più duro, volto a far prendere coscienza degli eventi dolorosi, quali quello della distruzione di Gerusalemme; messaggio per molti versi impietoso, ed un messaggio volto a far rinascere la speranza.

Se riflettiamo un po', possiamo trovare una coerenza in questo passaggio dalla denuncia all'incoraggiamento. L'esperienza dell'esilio si pone nella esperienza del popolo come conclusiva di una lunga storia di infedeltà. Può accadere, quando ci troviamo a dover pagare il conto di nostre scelte sbagliate, di sfuggire alle nostre responsabilità ed innescare un processo che porta al vittimismo. Questo processo oltre a non risolvere il problema lo aggrava nella misura in cui ci impedisce di fare i conti con la realtà. Quello che Ezechiele fa, nella prima parte del suo messaggio, è un'analisi della situazione dove le responsabilità di tutti vengono messe alla luce. Così facendo quella esperienza si trasforma da "grosso guaio" a motivo di riflessione, premessa di ricostruzione.

Realtà e responsabilità

Il primo frutto dell'esilio poteva essere proprio il "lasciarsi andare" fatalisticamente; di fronte a questo pericolo il grande appello alla "responsabilità". Nel capitolo 3 ai versetti 17-2, abbiamo con grande evidenza sottolineato il ruolo del profeta-responsabile:

"Figlio dell'uomo (…) se io dico al peccatore: "tu devi morire", e se tu non l'avverti, se tu non parli al peccatore per metterlo in guardia contro la sua condotta cattiva, egli morirà per il suo peccato, ma è a te che io domanderò conto del suo sangue (…)". Allora ecco nascere la profezia di Ezechiele che non può far finta di niente, e deve avvertire con gesti e con parole, ed in ogni modo, il popolo in cui vive. Il tema della responsabilità ritorna al capitolo 33, verso la fine della prima parte del messaggio, come un confine nel quale si può comprendere ogni parola del profeta.

Sicuramente una delle realtà che oggi rendono difficile vivere delle positive esperienze sociali ed anche ecclesiali, è la difficoltà a prendersi delle responsabilità, un rifiuto, mascherato con l'umiltà, a vivere il ruolo che consiste nell'aiutare gli altri ad accettare la realtà in cui vivono, sia pure realtà di esilio, e a sentirsene responsabili cos' come è e nella necessità che essa si trasformi. Credo che sia l'aspetto della profezia della quale abbiamo più bisogno e quello che più ci manca. Noi abbiamo ridotto la responsabilità ad un ruolo senza passione, e spesso troviamo che i responsabili rispondono più a criteri burocratici che profetici.

Ezechiele, nel capitolo 34 fa una requisitoria contro i cattivi pastori, quelli che non hanno a cuore la vita del gregge. Ed è a questo punto che sorge la speranza, Dio stesso pascerà il suo popolo, diventando modello per ognuno che voglia prendersi a cuore la sorte del gregge: "Io stesso pascerò il mio gregge, io stesso lo farò riposare (…). La pecora perduta io la cercherò: quella che si sarà allontanata io la farò tornare (…)". Il buon Pastore che sarà Cristo viene posto come modello perché il gregge non si perda nell'esilio, ma abbia la vita (Lc 15,4-7). Sarà anche interessante notare come Ezechiele parli pure del gregge, e, proprio perché non si pensi che le responsabilità sono solo di qualcuno, dice con molta chiarezza che le pecore devono essere degne del pastore che le vuole pascere con amore, e che nessuno del gregge è giustificato "a dare cornate alle pecore che sono malate, fino a scacciarle fuori dall'ovile".

Far rinascere la speranza

Stando in esilio, oltre al pericolo del vittimismo che fa fuggire tutti dalla realtà, c'è un altro grande pericolo ed è quello dell'immobilismo, della disperazione. Nascono contro la disperazione le pagine più belle del profeta. Questo passaggio, per molti versi brusco dal richiamo alla responsabilità, dal rimprovero, dall'analisi impietosa,alla richiesta di avere coraggio, di non abbattersi, rendono bellissimo il volto di Dio. Io sono sempre più convinto che per molti prendere sul serio la realtà e le proprie responsabilità, significhi deprimere il prossimo e produrre dosi di acidità eccessive per la capacità di sopportazione del genere umano. Una delle esperienze più deprimenti della nostra società sono quei convegni in cui ci domandiamo disperatamente: "che fare?". Dio non accetta che dalla costatazione del fallimento nasca l'idea della morte. Al popolo che si aggirava in terra d'esilio come in un immenso cimitero della speranza (c. 37) Dio promette il suo spirito di vita: "ed essi rivivranno". Rivivranno relativamente al coraggio che avranno di accettare la novità nella loro vita:

"Io vi prenderò fra le nazioni, io vi riprenderò da tutti i paesi e vi ricondurrò sul vostro suolo. Io vi aspergerò con acqua pura e voi sarete purificati, vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli. Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; strapperò dal vostro corpo il cuore di pietra e vi metterò un cuore di carne" (Ez 36,24-26).

Il coraggio della novità… Non come cambiamento di comportamenti, ma come modo nuovo di essere. Forse Ezechiele ci spinge a pensare che la domanda fondamentale non deve essere: "che cosa facciamo di diverso oggi per poter fare meglio?", ma "come possiamo essere nuovi per essere migliori?". Invocare lo Spirito non per farci venire delle idee; ma perché ci ri-crei. Cambiare gli idoli delle iniziative che soffocano e che non allargano mai la cerchia con un cammino di rinnovamento che possa trasmettere vita nel cimitero della speranza.

È ovvio? Speriamo!

 

(da "Se vuoi")

   

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