I PROFETI
... Testimoni dell'alleanza
di
LUIGI VARI, biblista
"Magari fossero tutti profeti nel popolo!"
(Numeri 11,29)
Mosè
risponde così a chi si mostra preoccupato per il fatto che
alcuni uomini parlano in nome di Dio, senza l'autorizzazione
di Mosè.
Forse
si potrebbe prendere questo episodio come paradigmatico del
modo di porsi di tutte le generazioni davanti alla profezia.
Da una
parte ci sono quelli che non sono in grado di comprenderla
nella sua funzione, e sono quelli perennemente preoccupati
della presenza di una parola non controllata e non
controllabile all'interno di una comunità; dall'altra ci
sono quelli che, come Mosè, comprendono l'essere profeta e
non solo permettono, ma auspicano la presenza non di una
sola, ma di molte voci che dicano una parola imprevedibile o
semplicemente nuova, alla comunità.
Stiamo
parlando della parola di Dio, e allora possiamo anche dire
che la differenza nasce dal modo di pensare Dio: se lo
pensiamo come uno stanco burocrate che non vuole dire niente
di nuovo e al quale si ricorre solo per confermare i punti
fermi, abbiamo poche possibilità per capire la profezia; ma
se invece, quando pensiamo a Dio, pensiamo ad uno che vuole
intervenire nella nostra storia e lo fa con grande libertà e
fantasia, allora il cammino dei profeti diventa non solo
significativo, ma entusiasmante e diventa nostra la parola
di Mosè che dice: "magari tutti fossero profeti!".
Mosè è
l'uomo che nel Deuteronomio (Dt 34,10) viene considerato
come il più grande dei profeti e, al di là dei problemi di
interpretazione, questo giudizio è importante e mostra un
riconoscimento dato a questo uomo, il primo a permettere
alla parola di Dio di entrare nella sua vita in maniera
tanto determinante e significativa per un intero popolo.
Diventare voce di Dio
Può
essere riconosciuto profeta chi porta le parole di Dio sulla
propria bocca, chi parla con l'autorità di Dio e chi vede
confermare dagli eventi quelle parole:
"È un
profeta come te che io susciterò per loro in mezzo ai loro
fratelli; metterò le mie parole sulla sua bocca ed egli dirà
loro tutto ciò che gli ordinerò. E se qualcuno non ascolta
le mie parole, quelle che il profeta avrà detto nel mio
nome, allora io stesso gliene domanderò conto. Ma se il
profeta ha la presunzione di dire in mio nome una parola che
io non gli avrò ordinato di dire, o se parla in nome di
altri dei, allora è il profeta che morrà. Forse ti
domanderai: "come riconosciamo noi che non è una parola
detta dal Signore?". Se ciò che il profeta ha detto nel nome
del Signore non si verifica, allora non è una parola detta
dal Signore"
(Dt 18,18-22).
In
Mosè questo modello della profezia diventa reale. Tutta la
storia di Mosè dice il desiderio di Dio di intervenire nelle
vicende del suo popolo: "salvato dalle acque", "costretto
alla fuga", "chiamato sul monte nel momento della
vocazione". Preparato da Dio viene chiamato ad avere il
coraggio di diventare voce di Dio e perché questo avvenga
deve prima di tutto allargare gli orizzonti della propria
vita; non può essere profeta se non sa staccarsi dal comodo
esilio che vive per ricordarsi del dolore del suo popolo.
Dovrà essere custode della più importante parola che mai a
nessun uomo sia stata confidata: il nome stesso di Dio.
Con la
forza che viene da quel nome Mosè dovrà affrontare il
faraone, la paura della sua gente davanti alle
responsabilità che nascono dalla libertà ed iniziare un
cammino che è diventato modello dell'umanità che cerca
sinceramente un sentiero degno d'essere percorso verso la
terra promessa, qualunque essa sia.
Spazio
all'imprevedibile
La
libertà fondamentale che vive Mosè è, forse, quella dalla
logica che spesso ci sembra inattaccabile, e cioè la logica
degli eventi. Solo chi non accetta che gli eventi siano
definitivi può muovere un popolo, mettendolo nel rischio
concreto, in nome di una promessa e con la forza di un nome.
La libertà che vive Mosè è la libertà di Dio. Tracciamo così
il primo tratto del profeta, un uomo pieno della libertà di
Dio che accetta di diventare una porta attraverso la quale
gli eventi che spesso appaiono inattaccabili diventano
discutibili e possono essere cambiati.
La
profezia di Mosè, che ha come unica forza quella del nome di
Dio, è una profezia di base, una profezia comune a tutti gli
uomini che hanno buona volontà ed è comprensibile l'augurio
di Mosè: "magari tutti fossimo profeti!".
Per
capire l'esperienza del popolo guidato da Mosè, che fa
spazio all'imprevedibile per cambiare la situazione di fatto
e inattaccabile, sarebbe non poco interessante rileggersi
molti giornali del 1988 e 1989. Ci accorgeremmo per esempio
della ironia con la quale venivano rispettosamente liquidati
i protagonisti della fine dell'impero dell'Est: "c'erano i
fatti… una nazione potente… motivi economici e politici…", e
nessuno prevedeva il precipitare degli avvenimenti, proprio
perché nessuno poteva o sapeva mettere nella dinamica della
storia questa profezia di base che muove i popoli con gesti
e parole che sembrano solo sogni, una profezia di base che è
forte spesso solo di una promessa e della voglia di un bene
negato.
Certamente l'esperienza biblica ha una portata diversa, ma
può essere paradigmatica di ogni esperienza autenticamente
umana.
(da "Se vuoi")