|
I SALMI
CANTI SUI SENTIERI DI DIO
Un canto
senza tempo
"Tra ciò che
sentiamo alla lettura dei Salmi e ciò che proviamo alla lettura
di Pindaro e Tetrarca c'è la stessa differenza che corre tra la
patria e la terra straniera". Difficilmente si immaginerebbe che
questa affermazione è di W. F. Nietzsche, celebre filosofo ateo
tedesco del secolo scorso. Noi la poniamo proprio in apertura al
viaggio che per diversi mesi condurremo insieme all'interno di
quel mondo mirabile di poesia e di preghiera che è la collezione
biblica dei 150 Salmi.
In questa tappa ci
metteremo quasi nella posizione di Mosè, giunto alla frontiera
ultima della sua vita e della terra promessa da Dio al suo
popolo: sul monte Nebo, in Transgiordania, prima di morire, egli
contempla dall'alto e da lontano la terra tanto sognata e
attesa. Anche noi daremo uno sguardo solo panoramico per ora a
questo territorio ideale di fede e di vita, alle sue città e
alle sue vie spirituali. Nella prossima puntata, invece,
scenderemo dal monte e ci avvieremo per le varie strade del
Salterio, alcune oscure e altre luminose, alcune facili e altre
tormentate.
Il grande teologo D.
Bonhoeffer, morto martire in un campo di concentramento nazista
il sabato santo del 1945, nel suo libro Pregare i Salmi con
Cristo scriveva acutamente: "Si rimane sorpresi di primo colpo
che nella Bibbia vi sia un libro di preghiere. La Bibbia non è
infatti tutta una parola di Dio rivolta a noi? Ora, le preghiere
sono parole umane e perciò come possono trovarsi nella Bibbia?
Se la Bibbia contiene un libro di preghiere, dobbiamo dedurre
che la parola di Dio non è soltanto quella che egli vuole
rivolgere a noi ma è anche quella che egli vuole sentirsi
rivolgere da noi". E proprio perché è anche parola umana, quella
del Salterio è segnata dal riso e dalle lacrime degli uomini, si
snoda per le strade tra le speranze e le paure ed è legata ad
una lingua (l'ebraico), a una cultura (quella semitica antica),
a una storia (quella di Israele), ad uno spazio (quello di
Palestina e del nostro pianeta).
È per questo che gli
studiosi distinguono nei Salmi vari registri poetici e
spirituali – i cosiddetti generi letterari – che riflettono
appunto i sentimenti, le attese, gli incubi, le gioie degli
uomini di tutti i tempi. Ci sono, allora, gli "inni" che
celebrano Dio come Creatore del cosmo e Signore della storia; ci
sono le "suppliche" che raccolgono l'eterna domanda dell'uomo di
fronte alla sofferenza: "Perché, Signore?… Fino a quando,
Signore, starai a guardare?… Fino a quando, Signore, continuerai
a dimenticarmi? Per sempre?". Ci sono poi i canti di "fiducia"
che esaltano l'abbandono sereno in Dio anche in mezzo alle
oscurità: "Come un bimbo in braccio a sua madre, come un bimbo
svezzato è l'anima mia", prega il poeta del salmo 131.
Ci sono poi i carmi
"messianici" che, sul filo della genealogia e della discendenza
di Davide, attendono l'apparizione gloriosa di un re – Messia,
giusto e salvatore. Ci sono i testi "sapienziali" che si
interrogano sul senso della vita e propongono la fedeltà alla
parola di Dio "come lampada per i passi" sul sentiero
dell'esistenza. Noi nel nostro percorso attingeremo a questi
vari "generi" poetici e spirituali ma ogni lirica-preghiera che
leggeremo ci svelerà un volto sempre diverso e nuovo, perché
ogni orante mette una punta personale, un tocco intimo,
un'annotazione sorprendente, e irripetibile da parte di altri
suoi fratelli di fede, che pure hanno composto preghiere sullo
stesso tema e con la stessa fiducia in Dio.
Ma queste pagine
bibliche ci conquisteranno soprattutto con la ricchezza dei loro
simboli, con lo splendore delle loro immagini, con l'intensità
dei loro sentimenti e con la potenza della loro speranza. Anche
se queste preghiere abbracciano un millennio di poesia e di fede
dell'Israele biblico, la tradizione posteriore le ha messe tutte
sotto il patrocinio ideale di Davide. Ora, una leggenda giudaica
racconta che Davide, inseguito dalle truppe del suo avversario,
il re Saul, vagava per le piste bruciate del deserto di Giuda.
Con sé aveva solo il suo kinnor, la sua cetra. Una sera coi suoi
amici aveva piantato le tende nell'oasi di Engheddi, "la
sorgente del capriolo". Ad una palma aveva appeso la sua cetra e
si era ritirato nella sua tenda scura come quella dei beduini.
Stanco, Davide sentiva arrotolarsi lentamente su di sé il filo
morbido del sonno. Ma ecco, all'improvviso, nel silenzio
notturno un suono, dolce e straziante, malinconico e gioioso,
dalle mille sfaccettature e modulazioni. Forse era il vento che
faceva vibrare la sua cetra… Davide era uscito nell'oscurità
della notte ed ecco: le dita di un angelo intessevano quella
trama musicale sulle corde della sua lira. E la leggenda
conclude: da quella notte Davide ebbe in dono le dita degli
angeli per comporre le armonie dei Salmi.
Da quando i Salmi
esistono e salgono al cielo, uscendo dal Tempio di Gerusalemme,
attraversando i tetti delle nostre chiese, sciogliendosi
nell'aria delle processioni, i musicisti e i cantori cercano di
ottenere dita e voci d'angelo come nel racconto giudaico.
I Salmi, infatti,
suppongono di essere cantati soprattutto nella liturgia. Non per
nulla in essi si parla spesso di melodie, di cantori, di
musicisti, di fanciulle che battono tamburelli, di danze con
timpani e cetre, di trombe festive, di arpe ecc. Anzi,
nell'ultimo inno, l'alleluia del Salmo 150, ai sette strumenti
dell'orchestra del Tempio (corno, arpa, cetra, timpano, corde,
flauti e cembali) si associa i suono universale di "tutto ciò
che respira".
È per questo che i
Salmi, oltre che diventare preghiera personale, devono essere la
base della preghiera pubblica, comunitaria e corale della Chiesa
e dell'intero popolo di Dio. È per questo che i Salmi devono
essere cantati, e diventare la lode della liturgia in cui tutti
sono chiamati a celebrare nella gioia e nel dolore il Signore:
"Voi tutti, giovani e fanciulle, voi vecchi insieme ai ragazzi,
lodate il nome del Signore perché solo il suo nome è
meraviglioso!" (Salmo 148, 12-13).
GIANFRANCO RAVASI
(da SE VUOI)
|