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I SALMI
CANTI SUI SENTIERI DI DIO
Chiamati a
vivere (Salmo
139)
C'è una
vocazione primordiale che sta alla radice del nostro stesso
essere, è la chiamata alla vita. Dice il Signore a Geremia nel
giorno della sua vocazione profetica: "Prima di formarti nel
grembo materno, ti conoscevo, prima che tu venissi alla luce, ti
avevo consacrato" (1,5), e questa frase sarà ripresa anche da
Paolo per descrivere la sua vocazione nella lettera ai Galati
("Dio mi scelse fin dal seno di mia madre" 1,15). È celebre il
detto di Cartesio "Cogito, ergo sum", "penso, quindi esisto".il
teologo K. Barth ha introdotto in questa frase una piccola
variante che però la rivoluziona: "Cogitor, ergo sum" "sono
pensato (da Dio) e quindi esisto". È questa la tipica
visione della Bibbia che alla radice della nostra esistenza pone
l'amore di Dio e la sua parola: "In principio Dio disse:
Facciamo l'uomo…!".
Ora, questa
grande vocazione che si irradia su tutta la nostra esistenza, su
tutto lo spazio che percorreremo, su tutti nostri anni, i mesi,
i giorni, le ore della nostra vita è stupendamente cantata in
un salmo, il 139, un testo piuttosto lungo che non possiamo ora
citare integralmente ma che invitiamo a riprendere e a leggere
con attenzione sulla propria Bibbia. "Il Salmo 139 è una delle
più penetranti riflessioni sul significato e sulla presenza di
Dio in tutta la letteratura religiosa. Vi si avverte, più che
altrove, il senso miracoloso, avvincente e straordinario di Dio
che si proietta in ogni direzione, al di sopra, al di sotto,
innanzi e indietro". Queste parole del teologo anglicano A. T.
Robinson in un libro che a suo tempo fece scalpore, Dio non è
così (Firenze 1965), colgono il cuore di questo splendido ma
molto difficile cantico sapienziale.
La libertà
delle immagini, il bagliore delle intuizioni, la forza dei
sentimenti, la mutevolezza delle tonalità, il tormento del testo
a noi giunto non impediscono al Salmo di avere una struttura
nitida e un suo rigore ideologico. La sostanza del messaggio è
subito percepibile. Dio tutto sa e tutto può e l'uomo non può
sottrarsi a lui. Lo scopo ultimo del poema è quello di far
convergere verso l'abbraccio salvifico di Dio tutte le
dimensioni, tutta la realtà, tutta l'umanità. Citando due poeti
greci, Arato e Cleante, Paolo ad Atene affermava: "In lui
viviamo, in lui ci muoviamo ed esistiamo" (Atti 17,28).
In un testo aramaico di El-Amarna (Egitto) leggiamo questa
frase: "Se noi saliamo in cielo, se noi scendiamo negli inferi,
la nostra testa è nelle Tue mani".
La prima
strofa (vv.1-6) è la celebrazione dell'onniscienza divina,
come è attestato dal riecheggiare del verbo "conoscere", che nel
mondo semitico indica la penetrazione totale del conoscente
nell'oggetto conosciuto. Dio mi conosce "quando seggo e quando
mi alzo, quando cammino e quando sosto": le azioni "polari"
estreme della vita che riassumono tutte le altre non sfuggono
allo sguardo di Dio, come gli sono familiari il nostro pensiero
e la nostra parola prima ancora che essi sboccino.
All'onnipresenza divina è dedicata la seconda strofa (vv.
7-12) in cui si descrive il "folle volo" dell'uomo per sottrarsi
a Dio. Tutto lo spazio è percorso, dalla verticale cielo-inferi
all'orizzontale est-ovest (aurora- mare Mediterraneo). Tutto il
tempo con la sua sequenza notte-giorno è perlustrato da Dio a
cui non resiste né la morte né la tenebra.
Leggiamo ora
la terza strofa (vv. 13-18) che si fissa sulla realtà più
mirabile dell'essere, l'uomo, il "prodigio" di Dio.
Sei tu che
hai creato i miei reni,
mi hai
intessuto nel grembo di mia madre.
Ti
ringrazio perché con atti prodigiosi mi hai fatto mirabile:
meravigliose sono le tue opere
e la mia
anima le riconosce pienamente.
Il mio
scheletro non ti era nascosto
quando fui
confezionato nel segreto,
ricamato
nelle profondità della terra.
Anche
l'embrione i tuoi occhi l'hanno visto
e nel tuo
libro erano tutti scritti
i giorni
che furono formati
quando
ancora non ne esisteva uno.
Quanto sono
insondabili per me i tuoi pensieri, o Dio,
quanto è
complessa la loro sostanza!
Se li conto
sono più numerosi della sabbia.
Mi
risveglio ed ecco sono ancora con te.
Attraverso il
simbolismo "plastico" del vasaio e dello scultore e quello
"tessile" del ricamo si dipinge l'azione di Dio all'intero del
grembo della gestante. Quel grembo notturno e oscuro, che è
paragonato a quello della madre Terra, è trapassato dallo
sguardo creatore di Dio e diventa come un cantiere del nostro
destino fisico e spirituale. La funzione della donna è vista dal
poeta in parallelo a quella della terra: come il seme cade nel
terreno e fa esplodere la sua energia nell'humus che espleta la
funzione di matrice, così il seme maschile nel grembo della
donna, alimentato dal sangue mestruo (secondo l'antica
fisiologia orientale) si trasforma in creatura vivente. Il
miracolo della creazione e dell'esistenza è contemplato dal
nostro poeta con lo stupore della poesia e della fede.
L'ultima
strofa
(vv. 19-24) è piuttosto sorprendente perché con la sua veemenza
sembra in opposizione alla pace della contemplazione precedente.
Il tema è quello del giudizio divino sul male nei cui confronti
l'orante si dichiara puro. Anzi, egli "odia con odio
implacabile" i nemici di Dio. Si tratta di un'espressione molto
forte, di sapore orientale, per indicare lo sdegno contro
l'ingiustizia che dilaga nel mondo e per esprimere la propria
amorosa adesione al bene. È quasi una scelta di campo che
l'orante fa, ben sapendo che a Dio egli deve tutto e che a lui
vuole tutto consacrare.
Si chiude così
questo canto di gloria al Dio creatore dell'uomo. "Numerose sono
e meraviglie del mondo ma la più grande delle meraviglie resta
l'uomo", scriveva il poeta greco Sofocle nell'Antigone.
Il nostro salmo è un canto di adorazione al Creatore di un
simile capolavoro. Lo scrittore ebreo tedesco Joseph Roth,
l'autore della Leggenda del santo bevitore, in un'altra
sua opera esprimeva suggestivamente questa sensazione:
"Nell'istante in cui potei prendere tra le braccia mio figlio
provai un lontano riflesso di quella ineffabile sublime
beatitudine che dovette colmare il Creatore il sesto giorno
quando egli vide la sua opera imperfetta pur tuttavia compiuta.
Mentre tenevo fra le mie braccia quella cosina minuscola,
urlante, brutta, paonazza,sentivo chiaramente quale mutamento
stava avvenendo in me. Per piccola, brutta e rossastra che fosse
la cosa tra le mie braccia, da essa emanava una forza
invincibile".
GIANFRANCO RAVASI
(da SE VUOI)
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