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  I SALMI   CANTI SUI SENTIERI DI DIO

 

 

Tu visiti la terra (Salmo 65)

Sono questi i mesi in cui la natura raggiunge la sua bellezza più pura: la primavera esplode ormai nello splendore dell'estate. Il creato si apre davanti a noi coi suoi colori e la sua vitalità. Questi mesi hanno un loro cantore anche all'interno dei Salmi. È il poeta del Salmo 65 (64 nella numerazione usata nella liturgia: il testo ebraico, infatti, ha erroneamente spezzato in due un salmo, il 9, facendo sì che il computo del Salterio ebraico sia avanti di un'unità). Il carme è nettamente diviso in due quadri simili ad un dittico: il primo (vv. 2-9) è una celebrazione della primavera dello spirito, cioè il perdono dei peccati e la rinascita interiore; il secondo (vv. 10-14) è un canto colorato in onore del Creatore e delle meraviglie cosmiche. Noi ora ci fermeremo proprio davanti a questa seconda tavola tutta smaltata di colori.

Il paesaggio palestinese è solitamente arido, bruciato da un sole implacabile, quasi calcinato dalla luce. Eppure a maggio, dopo il gelo dell'inverno e le piogge della primavera, un velo di verde si stende anche sulla steppa. Il salmista ci offre, allora, un ritratto sorprendente di Dio: egli non è dipinto tanto come se fosse il supremo architetto dell'universo quanto piuttosto come se fosse un contadino o il padre di una famiglia contadina. Un commentatore dei Salmi, lo spagnolo L. Alonso Schokel, scrive: "Il Dio che reprime le forze degli oceani e gli imperi, si mette ora ad irrigare e ad ingrassare un campo. Il Dio supremo della natura e della storia si mette a raccogliere il grano per alimentare come un padre i suoi figli fino al prossimo raccolto. La tenerezza si concretizza nei dettagli, il poeta si lascia contagiare da questa tenerezza e dall'allegria".

Ma ascoltiamo le parole del cantore:

Tu visiti la terra e la disseti:

 la ricolmi delle sue ricchezze.

Il fiume di Dio è gonfio d'acqua:

tu fai crescere il frumento per gli uomini.

Così prepari la terra:

ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle,

la bagni con le piogge

e benedici i suoi germogli.

Coroni l'anno coi tuoi benefici,

al tuo passaggio stilla l'abbondanza.

Stillano i pascoli del deserto

e le colline si cingono d'esultanza.

I prati si coprono di greggi,

le valli si ammantano di grano;

tutto canta e grida di gioia (vv. 10-14).

Il quadretto è costruito innanzitutto su dieci verbi che descrivono l'attività di Dio sul terreno del mondo: "visiti, disseti, ricolmi, fai crescere, prepari, irrighi, spiani, bagni, benedici, coroni". Diedi è un numero che indica pienezza e felicità e la "visita" di Dio è sorgente di benessere e di gioia. Egli disseta la terra screpolata dal gelo invernale e dall'aridità abbeverandola con l'acqua che scende dai canali del cielo. Infatti, secondo l'antica concezione cosmica dell'Oriente, si immaginava che le acque fossero conservate in serbatoi posti sopra la calotta celeste e che, attraverso canali ed acquedotti, fossero indirizzate da Dio come pioggia sulla terra.

La campagna si "ricolma" così di fecondità e il Signore è l'agricoltore che "fa crescere" il grano nei campi, aprendo il nuovo ciclo stagionale. La pittura si fa persino minuziosa; l'attività del "divin contadino" è seguita con estrema passione. Egli prepara il terreno, irriga i solchi, rende compatte ed amalgamate le zolle, bagna ogni porzione della terra amata. Ed ecco ormai sbocciare i germogli, mentre Dio conclude la sua azione "coronando", cioè sigillando in pienezza e gloria la prima fase dell'annata agricola. La terra è così bella da essere salutata come una regina e il suo diadema è intessuto con le fronde, con le spighe, con le corolle dei fiori. A questo punto è la natura stessa che si anima ed idealmente si mette a intonare un corale di lode e di felicità.

Dio è passato sulla terra col suo cocchio irradiando fertilità. A questo passaggio steppe e colline si sono trasformate, il mondo è diventato quasi un paradiso. La trasformazione della natura è descritta con sette verbi, altro numero perfetto: "stillare, cingersi, coprirsi, ammantarsi, cantare, gridare" (il sette è raggiunto dalla ripetizione del verbo "stillare"). Sono suggestivi i verbi legati al simbolo della veste. Infatti la visione che il poeta ha davanti agli occhi è quella di una prateria punteggiata qua e là dal bianco delle pecore che, prima di rivestire con la loro lana gli uomini, ricoprono i prati creando un senso di pace e di prosperità.

Già si era parlato della corona di fiori; ora si descrive una cintura meravigliosa fatta di allegria e concretamente di vigne e di frutteti; i prati si vestono di un mantello verde macchiato dal bianco dei greggi; le valli indossano il mantello dorato delle messi. E poi, tutte insieme, le creature si mettono quasi in fila per una processione folcloristica coi loro abbigliamenti policromi e si indirizzano cantando verso il loro Creatore. La contemplazione riposata e serena della natura si trasforma, così, in lode e preghiera. C'è, quindi, la convinzione che la natura non sia una realtà neutra, ma come una pagina miniata sulla quale si può intravedere il volto amoroso ed allegro di Dio.

C'è un suggestivo racconto popolare arabo che potrebbe idealmente commentare questo salmo. All'inizio il mondo era tutto un giardino fiorito. Dio, creando l'uomo, gli disse: Ogni volta che compirai una cattiva azione, io farò cadere sulla terra un granellino di sabbia. Ma gli uomini, che son malvagi, non badarono a queste parole. Che cosa avrebbero significato uno, cento, mille granellini di sabbia in un immenso giardino fiorito? Passarono i secoli e i peccati degli uomini aumentarono: torrenti di sabbia inondarono il mondo. Nacquero così i deserti che di giorno in giorno crescono sempre di più. E Dio continua ad ammonire gli uomini: "Non riducete il mio mondo fiorito in un immenso deserto".

                                                                        GIANFRANCO RAVASI

(da SE VUOI)

 

   

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