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I SALMI
CANTI SUI SENTIERI DI DIO
Che cosa è l'uomo...? (Salmo
8)
Il nostro
viaggio all'interno dei Salmi parte da uno degli inni più
famosi, il Salmo 8. Si tratta di una lirica stupenda fatta di
pochi versi, dominata da una figura centrale, quella dell'uomo,
il capolavoro di Dio nella creazione. Nel luglio del 1969 Paolo
VI affidava agli astronauti americani N. Armstrong e E. Aldrin
il testo di questo carme biblico perché fosse da loro consegnato
alle sabbie lunari e agli spazi siderali che di lì a poco essi
avrebbero varcato. Il salmo, infatti, è un canto entusiasta in
onore dell'uomo, creatura microscopica se comparata alle
colossali strutture cosmiche, vera e propria "canna" fragile,
per usare una celebre immagine del grande filosofo Pascal,
eppure signore del creato, "coronato" sovrano da Dio, "canna
pensante" che può comprendere e giudicare tutto l'essere.
È questo un
tema che ha sempre affascinato l'umanità, anche se
difficilmente è riuscito a diventare preghiera pura come il
nostro testo. Il greco Soflocle nella sua tragedia Antigone
dichiarava: "Molte sono le cose mirabili ma nessuna è più
mirabile dell'uomo. La razza spensierata degli uccelli e delle
fiere selvatiche, le stirpi e le marine creature dei flutti nei
lacci delle sue reti avviluppa e fa preda l'uomo molto geniale".
Questa lode dell'uomo, però, se letta nello spirito orgoglioso
della tecnica del nostro tempo, può diventare rischiosa anche
perché l'uomo troppo spesso sulla faccia del nostro pianeta si
rivela più come un folle tiranno che come un sovrano
intelligente e saggio. È per questo, allora, che quella
splendida omelia che è la Lettera agli Ebrei – uno scritto
anonimo del Nuovo Testamento posto sotto l'alone di Paolo – ha
applicato il Salmo 8 all'uomo perfetto, il Cristo, "coronato di
gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto a
vantaggio di tutti".
Aperto e
chiuso da un'antifona ("O Signore, nostro Dio, quanto è grande
il tuo nome su tutta la terra!"), il carme si distende su due
immense scene cosmiche. Leggiamo le battute essenziali della
descrizione contenuta nella prima di queste scene.
"Se
guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,
la luna e
le stelle che tu hai fissate,
che cosa
è l'uomo perché te ne ricordi
e il figlio
dell'uomo perché te ne curi" (vv. 4-5).
Il fondale che
il poeta distende davanti ai nostri occhi è quello,
affascinante, di una notte di stelle. Di fronte agli spazi
infiniti affiora spontaneamente un interrogativo: che cos'è
l'uomo nell'immensità del cosmo? La risposta più immediata parla
di nullità, di sproporzione ma non solo nei confronti degli
spazi siderali e delle costellazioni. La sproporzione è ancora
più forte se l'uomo è confrontato col Creatore. Il cielo,
infatti, pur così grandioso, è "l'opera delle dita divine", e
luna e stelle sono "fissate" dal suo atto creatore.
È curioso
notare la finezza dell'espressione "opera delle tue dita" –
invece del solito "opera delle tue mani" – perché vuole
accentuare la potenza suprema di Dio. Infatti quest'opera
cosmica monumentale Dio l'ha plasmata con la stessa leggerezza
con cui le dita di una ricamatrice corrono sulla trama del
pizzo, o con la stessa delicatezza e libertà con cui il
cesellatore configura il suo gioiello, o con la stessa
raffinatezza con cui un musicista fa scorrere le sue dita sulle
corde di un'arpa.
La prima
reazione dell'uomo di fronte all'universo e al Creatore è di
sgomento: come può Dio "ricordarsi" e prendersi "cura" di questa
creatura così fragile e microscopica?
Ma ecco la
grande sorpresa sviluppata nel secondo quadro cosmico dipinto
dal salmista nei vv. 6-9. L'uomo, creatura debole e minima, è
stato investito da Dio di una dignità altissima che lo rende "di
poco inferiore agli angeli" o, come meglio si potrebbe tradurre
dall'originale ebraico, "di poco inferiore a Dio" stesso.
Ascoltiamo le parole del poeta.
"Eppure
hai fatto l'uomo di poco inferiore agli angeli,
di gloria
e di onore lo hai coronato;
gli hai
dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai
posto sotto i suoi piedi:
tutti i
greggi e gli armenti,
tutte le
bestie della campagna;
gli
uccelli del cielo e i pesci del mare,
che
percorrono le vie del mare".
L'uomo è
rappresentato nell'ambito della natura come il luogotenente
regale del Signore stesso. Dio, infatti, l'"ha coronato" col
diadema della regalità. Il dominio dell'uomo sul creato non
conosce confini, come è suggerito dall'echeggiare dell'aggettivo
"tutto" che raccoglie sotto il potere dell'uomo la totalità del
cosmo. Non è però un dominio conquistato dalle capacità
personali dell'uomo come dichiarerà un certo umanesimo
rinascimentale, illuministico o ateo. Non è neppure un potere
usurpato con una lotta o una prevalenza su Dio come insegna il
mito greco di Prometeo. Non è neppure la celebrazione
panteistica di una certa cultura indiana per cui nell'uomo è
presente lo spirito infinito ed assoluto della divinità. Si
tratta invece di un dominio attribuito da Dio, concesso in
amministrazione da parte di quell'unica persona che può dire
dell'universo: "È opera delle mie mani", cioè il Signore.
Perciò, alle
mani fragili e spesso egoistiche dell'uomo è affidata l'intera
gamma elle creature, ed egli è come un pellegrino stupito in
mezzo a queste meraviglie che egli può comprendere, studiare,
trasformare, spiegare. Il salmo diventa, allora, un appello
indirizzato a tutti gli uomini perché sappiano attuare col loro
lavoro, con la scienza e la tecnica un'armonia ecologica e
sociale con "sorella terra" e con la vita che su di essa
fiorisce. Solo così riusciremo a cantare, con p. David M.
Turoldo, "Lodato sia il mio Signore per l'unità delle cose: ogni
oggetto rivela la sua parola, ogni forma è un'epifania divina. E
la terra è il suo paese e tutti i volti degli uomini insieme
fanno il suo unico volto. Lodato sia il Signore perché esistono
i fanciulli e le donne: perché grande è l'uomo e infinta come
lui la sua inquietudine e il suo amore".
GIANFRANCO RAVASI
(da SE VUOI)
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